Un congresso utile

Secondo Rossana Rossanda il congresso di Rifondazione Comunista è stato un brutto congresso. Questo esito sarebbe da addebitare alla scelta di Bertinotti di escludere le minoranze dalla gestione del partito, scelta che avrebbe «infiammato» il congresso medesimo. Non condivido il giudizio di Rossanda e soprattutto la ricostruzione. In primo luogo la dialettica interna al partito si è fatta aspra ben prima del congresso ed ha origini tutte politiche. Lo scontro è cominciato a Genova, quando una parte del gruppo dirigente contestò a fondo la scelta della maggioranza di posizionare Rifondazione comunista all’interno del movimento «senza se e senza ma». E’ proseguito sul significato stesso della rifondazione comunista, esercitandosi poi sulla scelta di costituire il partito della sinistra europea, sulla non violenza e su larga parte delle scelte politiche attuate in questi anni. Né si può dire che questa tensione sia frutto dell’esclusione dagli incarichi di direzione. I contrasti sono nati e cresciuti in un contesto di governo comune del partito tra maggioranza «bertinottiana» e area «dell’ernesto». Dal mio punto di vista le tensioni maggiori sono nate proprio da questa confusione: per anni, non si è capito dove finiva la maggioranza e dove cominciava l’opposizione. Parlo di opposizione perché il complesso degli orientamenti assunti dalla maggioranza è stato dipinto in questi anni come un sostanziale abbandono della prospettiva comunista.

Per questo abbiamo proposto un congresso su mozioni, in modo che i compagni e le compagne potessero decidere in modo trasparente quale linea – e quindi quale segretario e quale segreteria – scegliere. Sulla base dei risultati congressuali si è composto proporzionalmente il comitato politico nazionale e si comporrà la direzione nazionale che sono gli organismi sovrani nella vita del partito tra un congresso e l’altro. Il percorso congressuale, che è stato un grande processo democratico a cui ha partecipato più del 50% degli iscritti, ci ha consegnato l’affermazione della mozione di Bertinotti. In questo contesto, a Venezia, abbiamo posto il problema che il partito non può limitarsi a discutere quale linea seguire ma deve dotarsi anche degli strumenti per attuarla, in un processo di cooperazione tra livello centrale e livello periferico. Proprio perché oggi siamo un partito la cui visibilità tende a coincidere con quella del suo segretario, ci siamo posti il problema di strutturare maggiormente i processi di produzione di lavoro politico collettivo. Per questo al congresso abbiamo proposto di formalizzare un esecutivo, che ha compiti di applicazione della linea e di organizzazione del lavoro politico, in cui entreranno a far parte segretari/e regionali, delle grandi federazioni e responsabili dei dipartimenti centrali. Questo organismo, di cui faranno parte compagni/e delle minoranze, sarà cioè composto per funzioni e non per correnti. L’idea di fondo è che l’organizzazione del lavoro politico non può essere affidato solo ad un confronto tra correnti ma deve vedere una dialettica tra le diverse esperienze di lavoro politico e le diverse soggettività organizzate a partire dal forum delle donne e dai giovani comunisti.

Il motivo di questa scelta – molto contrastata – è la consapevolezza che la vita di un partito non può limitarsi al processo di formazione delle decisioni, ma deve obbligatoriamente misurarsi con l’applicazione delle stesse, con la pratica politica. Avremmo fatto meglio a soprassedere? Penso di no. Nel rispetto delle regole, la ricostruzione di un clima più disteso dentro il partito non può essere affidato all’immobilismo o alla riproduzione di una sorta di congresso permanente su ogni singolo passaggio. Solo l’allargamento del lavoro politico, la contaminazione con i movimenti e l’ingresso nel partito di forze nuove possono costituire quel necessario principio di realtà che permette, ad un partito piccolo come il nostro, di avere i piedi ben piantati nella società e per quella via relativizzare anche i contrasti interni.

Non un brutto congresso; piuttosto un congresso vero, aspro, ma utile, che ridisloca il nodo della rifondazione comunista dentro il vivo della dialettica sociale e politica.

Paolo Ferrero – Segreteria Prc