Un congresso per voltare pagina

Leonardo Sciascia, in una pagina del suo Candido , descrive la riunione di una sezione comunista nel corso della quale il Segretario accusava il protagonista – Candido per l’appunto – di scarso attaccamento alla causa, con l’obiettivo di preparare il terreno per la sua espulsione. Al termine dell’intervento, Candido si limitava a commentare: «Compagno, hai parlato come Fomà Fomíc», «letterato inconcluso e inconcludente» – secondo lo stesso Sciascia – di un romanzo satirico di Dostoevskij; personaggio non negativo, ma segnato dal proprio essere né carne e né pesce. Anche per noi è terminato il momento di parlare come Fomà Fomíc, dopo una stagione nella quale la maggioranza uscita dal Congresso di Venezia e, occorre ricordare, unita fino all’ultimo su tutto, si è caratterizzata per profezie astratte e piroette mirabolanti nel vano tentativo di dissimulare quell’assenza di progettualità politica che ha finito per travolgere il Prc e, con esso, l’intera sinistra italiana.
La sconfitta di aprile, disastrosa e senza appello, non costituisce un fulmine a ciel sereno, ma viene da lontano. Ragionando di questa sconfitta e del futuro, mi è tornata alla mente un’immagine utilizzata da Lenin – una piccola “maceria” dello scorso secolo – in un momento drammatico per il neonato potere sovietico, dopo la pace “sconcia” di Brest: «Non si può nascondere sotto una vuota frase la realtà, incredibilmente triste e amara (…) Se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un rivoluzionario ma un chiacchierone». Da qui dobbiamo ripartire anche noi, dalla necessità di dirci le cose per quelle che sono e, successivamente, di strisciare sul ventre nel fango con chi è disponibile per riprendere il processo della “rifondazione comunista” e, con esso, una potenziale unità dei comunisti e della sinistra, pur se in condizioni tremendamente difficili e per tanti versi sfavorevoli. Abbiamo fatto parte di un governo che non si è rivelato minimamente in grado di dare risposte al crescente disagio sociale ma ha di fatto perseguito una politica utile solamente ai poteri forti; abbiamo considerato il partito come una sorta di inciampo, di limite al dispiegarsi di non si sa bene quale prospettiva astratta di “sinistra”; abbiamo cancellato il simbolo senza nemmeno aprire una discussione tra di noi, decretando la nascita di un nuovo soggetto politico a tavolino, senza capo né coda; abbiamo sostenuto questa linea debole con una gestione oligarchica e autoritaria, tipica degli Imperi in profonda decadenza, mortificando le strutture di base e i militanti. Risultato: la Lega conquista voti operai in tutto il Nord, il Pd è più forte nella propria campagna di voto utile, i comunisti e la sinistra sono al limite della scomparsa politica prima ancora che elettorale. Conseguente considerazione: se esiste per noi qualcosa da salvare in questo disastro non è certamente l’ultima Rifondazione – quella, per intenderci, riassumibile nello slogan “Rifondazione Rifondazione Rifondazione”, nella quale i comunisti erano il “piombo nelle ali” -, ma, semmai, il progetto originario della Rifondazione di un grande e moderno partito comunista, dinamico e pienamente autonomo, in grado di divenire il perno della critica al sistema capitalistico e della costruzione di una società alternativa, socialista. A noi, credo, non serve alcuna “costituente di sinistra” (con chi e per fare cosa, se è lecito?) e neppure la sopravvivenza di questo Prc, come se fosse una sorta di simulacro, per costruire poi una “sinistra unita e plurale”, riedizione sbiadita di esperienze che si sono rivelate fallimentari in diversi paesi d’Europa.
Occorre un grande sforzo di analisi per leggere la società italiana di oggi, frammentata e abbruttita; per descrivere le dinamiche che caratterizzano il sistema capitalistico e la “nuova” classe operaia, più sfruttata e meno cosciente; per capire, insomma, quali contraddizioni esistono e su quali basi ricostruire la presenza del partito e dei comunisti tra la gente. Solo se saremo in grado di riprendere il cammino – o il volo – interrotto della “Rifondazione Comunista”, sarà possibile porre su nuove basi la prospettiva dell’unità dei comunisti e la costruzione di una sinistra più ampia a partire dalla sostanza più che dalle formule organizzative. Sbaglieremmo, però, se considerassimo questo processo in astratto, da costruire a tavolino, con carta e penna. Se mai sarà, per avere un minimo di prospettiva, esso dovrebbe essere concepito e percepito in maniera dinamica, a partire dalla necessità di costruire una opposizione di massa alle politiche del governo Berlusconi, riempiendo uno spazio lasciato oggettivamente libero dal Pd. Comunisti in movimento, insomma, con il bagaglio delle proprie esperienze saldamente ancorato dietro la schiena e con lo sguardo decisamente rivolto verso il futuro. Questo è il Prc per il quale ci batteremo fino in fondo.