Un Congresso occupato dalle elezioni

Aspettando Prodi, ma senza restar fermi. Suggerendo priorità al governo che sarà – e tutti pensano che sarà dell’Unione ma fanno gli scongiuri sotto il tavolo – o addirittura, un vero programma economico. Non che quello contenuto nelle 280 pagine sfornate dai partiti del centrosinistra non vada bene («la Cgil può dire di trovarvi una risposta positiva» alla lettera inviata a Prodi dalla confederazione), ma qualche precisazione e priorità non guastano. La relazione di 22 cartelle con cui Gugliemo Epifani ha aperto il quindicesimo congresso nazionale della Cgil è fortemente segnata dall’approssimarsi del 10 aprile e di conseguenza si incentra molto più sulla «politica» che sulle condizioni di lavoro. Qualcuno l’ha definita una relazione «elettorale», rivolta – non solo, certo – a un governo che non chiameremo amico, aggettivo vietato, bensì vicino, o più permeabile dal conflitto sociale. Ciò vuol dire che la Cgil terrà in frigo per una legislatura l’autonomia espressa nei cinque anni di diluvio berlusconiano, un’autonomia che si è tradotta in lotta aperta, scioperi e manifestazioni, ora unitaria ora no, come nel caso dei tre milioni al Circo Massimo in difesa dello Statuto dei lavoratori? Naturalmente nessuno lo dice, in pochi lo pensano con certezza, in molti lo temono. Epifani non ha preso il toro per le corna, probabilmente dando per scontata una risposta negativa alle paure di un’eventuale riduzione dell’autonomia della Cgil, ma su qualche punto politico ha svolto un’analisi che escluderebbe un ritorno, almeno nelle intenzioni, all’antico, a quando cioè la Cgil non scendeva in piazza contro la guerra (in Kosovo) né al fianco dei social forum e i movimenti contro la globalizzazione neoliberista (a Genova).

«Riprogettare il paese: lavoro, saperi, diritti, libertà» è il titolo del congresso e sicuramente Epifani ha declinato nella relazione introduttiva tutte le voci. Salvo, forse, approfondire quella di più stretta competenza sindacale: il lavoro. Facciamo un esempio. Nell’analisi della situazione economica (che trattiamo in un altro ariticolo), il segretario della Cgil ha riproposto la sua dura critica sulle conseguenze della maldestra politica berlusconiana (il «declino»), per insistere sulla necessità di rimettere in moto la macchina dello sviluppo. Gli esempi che propone sono quelli di paesi che non hanno smesso di crescere, Germania, Francia, Spagna. Ma sulla qualità della crescita (l’ambiente non compare nella relazione, salvo una denuncia sull’inconsistenza della delega ambientale) di questi paesi e sull’aggravamento delle condizioni materiali di chi la rende possibile, cioè i lavoratori, nulla. Le altre voci del titolo, invece, sono state declinate in modo convincente.

Prendiamo i diritti: quelli dei migranti, intanto, e all’istruzione, che fanno usare a Epifani la parola «cancellare» con riferimento alle leggi Bossi-Fini e Moratti. Sull’immigrazione la relazione fa registrare un importante passo in avanti in una direzione che farebbe «venire meno ogni pretesto da cui sono nati i centri di permanenza temporanea». Epifani chiede «l’istituzione di un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro». A proposito invece della legge 30, il termine usato non è «cancellare», come pure si sarebbe potuto dedurre dalle tesi, ma «andare oltre, ribaltandone la filosofia». Le parole a volte hanno un peso, anche differenze percepibili solo dagli addetti ai lavori hanno un peso. Gli addetti ai lavori, si perdoni il bisticcio, sono milioni di lavoratori. «Andranno cancellate tutte le norme che precarizzano il rapporto di lavoro (e i cocopro? ndr), favoriscono la destrutturazione dell’impresa e indeboliscono la contrattazione collettiva».

E Ichino? Che dire della sua proposta di archiviare i contratti nazionali, su cui si è acceso un vivace dibattito anche nella Cgil? Epifani non cita Ichino, ma parla con chiarezza: «Per noi il contratto nazionale è ancora la forma più moderna ed efficace per regolare norme, diritti e doveri del rapporto di lavoro su tutto il territorio nazionale e per concorrere alla difesa e all’incremento in maniera uniforme del potere d’acquisto delle retribuzioni». Secondo la Fiom nessun tavolo va aperto con Cisl, Uil e Confindustria per riscrivere le regole contrattuali. Per Epifani – ieri l’ha confermato – nessuna trattativa può iniziare con le controparti se non si troverà una posizione unitaria con Cisl e Uil. Ma c’è un tavolo, anzi un tavolone che Epifani propone al nuovo governo: un «accordo di legislatura» basato su un «patto fiscale» per cui chi più ha più paga, basta condoni e evasione. Il patto fiscale non trova opposizioni particolari, l’accordo di legislatura sposta l’immaginario, se non collettivo di molti, su un terreno che rimette in campo il nodo iniziale, irrisolto: quello dell’autonomia della Cgil, anche rispetto a un governo… (l’aggettivo trovatelo voi).

Per Epifani c’è bisogno di una legge che regoli le rappresentanze sindacali e la democrazia nei posti di lavoro. Una legge con due gambe, l’estensione ai privati della legge che vale per i lavoratori pubblici e la definizione di criteri per consentire ai lavoratori di votare accordi e contratti. Non si parla esplicitamente di referendum, ma nel corso della relazione Epifani ha citato più volte l’esito positivo del contratto dei meccanici, aperto e concluso da un referendum. E’ uno di quei passaggi che esplicità la volontà di arrivare a conclusioni unitarie.

Il passaggio più applaudito della relazione: «L’Italia ritiri le sue truppe dall’Iraq». Un’assenza, pressoché totale, dalle 22 cartelle della relazione: i movimenti.