Un caso metropolitano di lavoro migrante

Il libro di Biju Mathew, Taxi! Driver in rivolta a New York, Feltrinelli, Milano, 2005, € 14,50 (v. recensione su Il manifesto del 27 maggio 2006, p. 13) offre alcuni spunti di riflessione sulle vite e le fatiche quotidiane dei tassisti newyorkesi e più in generale del rapporto tra tassisti immigrati, potere politico e concessionari di licenze per il trasporto con auto pubbliche a New York. Scrive tra l’altro Mathew, rivolgendosi al lettore: «…avrai notato che la maggior parte dei tassisti di New York è composta da immigrati provenienti dal Terzo Mondo – Pakistan, Haiti, Bangladesh, Egitto, Senegal, India. Dalle fugaci conversazioni ti sarai accorto che la maggior parte dei conducenti non possiede il loro taxi ma lo noleggia da garage e broker, sborsando più di cento dollari al giorno… Potresti aver concluso che come i loro predecessori – i tassisti italiani o irlandesi – questi immigrati possono vivere nella prospettiva di mettere da parte un po’ di denaro e nel giro di qualche anno di spostarsi verso più verdi pascoli… Questa è in realtà la storia ufficiale… Questo libro racconta l’altra vicenda, una vicenda cui fanno da cornice due momenti chiave della storia dell’attività organizzativa dei conducenti di auto pubbliche. Inizia il 13 maggio 1998, quando ventiquattromila conducenti di auto gialle di New York entrano in sciopero, e termina il 3 maggio 2004, quando la New York Taxi Alliance consegue la più grossa vittoria per i tassisti da oltre un trentennio» (pp. 15-16).
Il pagamento di un canone di affitto giornaliero del taxi da parte dei tassisti immigrati rende l’attività del tassista…«uno dei pochi mestieri al mondo in cui non solo non hai un reddito garantito, ma dove potresti anche arrivare alla fine di una lunga giornata lavorativa di dodici ore avendo perso il denaro con cui sei partito. Chi scarica questo peso sulle spalle del tassista? Come ha potuto una pratica così primitiva, e così sprezzante della fatica umana, sopravvivere in una città che passa per una delle più moderne e civili al mondo?»( p. 50).
Mathew risponde all’interrogativo raccontando la storia delle concessioni municipali dei taxi neworkesi. Già nei ruggenti anni ’20 e poi al tempo della Grande Depressione «la pratica prevalente… era quella che il sindaco Fiorello La Guardia condannò come ‘nolo di cavalli’, in cui un conducente pagava una somma fissa al proprietario e guadagnava quello che, attraverso le corse, gli riusciva di incassare al di là di quella cifra» (p. 51). Nel mezzo secolo successivo i vari tentativi di compromesso prendevano la forma della divisione percentuale degli incassi tra tassisti e proprietari. Poi, dagli anni ’80, grazie all’impiego di giovani maschi immigrati e privi di mezzi, New York è tornata al «nolo di cavalli».
Come sia stata possibile la regressione ai vecchi scenari degli anni ruggenti è una storia complicata che Mathew ha il merito di raccontare attentamente. In breve, poiché il municipio di New York ha sempre considerato la licenza di taxi – il cosiddetto medaglione – come proprietà scambiabile anziché come permesso non trasferibile, l’attacco alle condizioni di vita degli autisti è partito dalla figura di un eroe del nostro tempo: il mediatore di medaglioni e il suo codazzo di politici e burocrati municipali, padroni di garage e proprietari di flotte di taxi. Per costringere il tassista al pagamento di una somma fissa giornaliera al proprietario si è dovuto aspettare l’arrivo di giovani istruiti e privi di mezzi dall’Asia, dall’Africa e dall’America centrale negli anni ’80. Soltanto ricattandoli nella loro precarietà di non-bianchi e di non-cittadini si è riusciti a legarli mani e piedi al sistema del pagamento del fisso giornaliero, indipendentemente dagli incassi. La prova del nove del ricatto sta nella discriminazione che i proprietari hanno perpetrato nei confronti degli africano-americani, perlopiù esclusi dal sistema del «nolo di cavalli» in quanto cittadini e quindi meno ricattabili. «…Via via che le industrie manifatturiere si allontanavano dagli Stati uniti, gli afroamericani venivano colpiti due volte; primo, perché non godevano di una loro fetta di prosperità postbellica, poi perché esclusi dall’economia urbana postindustriale» (p. 108-109). A loro volta, i nuovi strati bianchi, connessi alle attività della finanza e dei servizi ricchi, godevano di alti redditi e di servizi alla persona a buon mercato, poiché mansioni quali baby-sitter, tassisti, colf e portieri cominciavano a essere svolti da un numero crescente di immigrati spesso non in regola con i permessi di soggiorno e comunque facilmente ricattabili. In queste condizioni di apparente multiculturalità idilliaca e in realtà di dura discriminazione lungo linee di colore maturava la rivolta dei tassisti immigrati, un filo multicolore che Mathew dipana nel suo libro: una vicenda sulla quale, forse, sarebbe necessario riflettere anche dalle nostre parti.