Un Cantiere poco frequentato

Note a margine di un evento mancato

«Sono venuto in Cantiere senza elmetto e senza le protezioni antinfortunistiche. Dal punto di vista della normative siamo poco in regola». Romano Prodi ha aperto con una battuta il suo intervento del 6 maggio ai Cantieri, la serie di incontri promossi da varie riviste per creare un punto di incontro e di costruzione del programma tra movimenti e sinistra d’alternativa. Va detto subito che la due giorni non è stata un successo né per la partecipazione numerica né per le caratteristiche assunte dal lavoro delle commissioni. L’esperienza meriterebbe una serie di riflessioni. Il primo dato deludente è riferito al numero dei partecipanti. Fin dall’assemblea di venerdì, quella mediaticamente più esposta grazie all’intervento di Prodi, è apparso evidente che chi si aspettava una sorta di meeting nazionale a molte voci si era sbagliato. L’iniziativa non è stata colta né dai movimenti né dalle varie anime della sinistra radicale come un’occasione nazionale o, meglio, ha finito per diventare una delle tante occasioni di discussione di quell’area intorno ai temi del programma dell’Unione. Il solito ceto politico di vecchio e nuovo conio (inteso in senso reale e non dispregiativo) e una modesta rappresentanza di persone interessate a ragionare sui temi in discussione (welfare e comunicazione) non bastano a fare dell’incontro di Roma un evento tale da rimettere in moto da solo il dibattito, anzi. Se ne accorge anche il direttore di Alternative Domenico Jervolino quando ammette: «…contavamo tutti in una partecipazione maggiore…» e chiede più chiarezza alle mille sigle che fanno tanta scena sui manifesti ma finiscono per rivelare la loro pura formalità quando si tratta di verificare le adesioni in carne, ossa e pensieri «… è indispensabile formulare e approvare una dichiarazione d’intenti condivisa che nello stesso tempo permetta di individuare chi ci sta veramente, e non si limita solo a rivendicare un nome nella manchette, e quindi è disponibile a condividere oneri e impegni». Ancora più impietosa è stata l’analisi di Andrea Rustichelli su “Aprile On Line” che ha puntato il dito sulla difficoltà del Cantiere a passare «…dalla molteplicità esuberante alla concretezza: affinché i desideri e le idee si trasformino in reale forza politica, in proposte spendibili…» rilevando come «…per lo più ci si muove in una sorta di “mondo della vita”, fatto di desideri, di ampie analisi, di valori (coerenti). Tutti in qualche modo condivisibili: ma assai acerbi, parrebbe, dal punto di vista della loro spendibilità all’interno de L’Unione…». Lo stesso Rustichelli conclude dicendo che «…discernere e convogliare le eclettiche istanze della cosiddetta società civile, facendole convergere su qualcosa che assomigli il più possibile a un programma politico, è il compito urgente. Pena sarebbe l’indugiare in un farraginoso “ghetto dei puri”, simile più che altro a un babelico purgatorio: di cui si sente molto poco la mancanza, salvo per chi potrebbe trovarvi delle piccole rendite». Parole pesanti alimentate anche da un pizzico di pessimismo. Personalmente penso che si tratti di un’occasione perduta per la voglia di strafare, per la necessità di dare all’evento una proiezione mediatica frettolosa prima ancora di individuarne i contenuti. In questo modo si finisce per diluire e per mortificare anche l’impegno di chi da tempo lavora su quei contenuti lontano dai riflettori. È, per esempio, il caso del Dipartimento Comunicazione del PRC che si è presentato all’appuntamento del Cantiere dopo un lungo percorso condiviso sia con i segmenti specialistici delle forze dell’Unione che con molti soggetti diversi interessati all’argomento (dai lavoratori alle associazioni ai movimenti). Si può dire che gran parte delle questioni sulle quali si è incentrato il lavoro del gruppo dedicato a questo tema nella mattinata di sabato fossero già state sviluppate nel nostro dipartimento. E il dibattito che si è aperto con una platea interessata ma modesta aveva l’aria del deja vu, visto che gran parte degli interlocutori erano gli stessi con cui ci si confronta da tempo. Cambiava la cornice, ma la sostanza restava più o meno la stessa. La domanda è era proprio necessario creare grandi aspettative sapendo in partenza che in fondo si trattava solo di un cambio di cornice?