Un brutto lavoro

Guardate l’Olanda: grazie alla flessibilità quasi non c’è più disoccupazione. Un po’ di anni fa il modello olandese era di moda: moltissimi gli estimatori e chi faceva obiezioni era «uno contro i lavoratori». Il modello olandese è arrivato anche in Italia: prima con la legge Treu, poi con la Biagi e di lavoro precario ne è stato creato in abbondanza. Un lavoratore su otto – ci ha detto recentemente Bankitalia – è un lavoratore a tempo determinato, spesso part time, spesso parasubordinato, ma subordinato a tutti gli effetti. La precarizzazione del lavoro porta con sé la precarizzazione sociale: famiglie che stentano a formarsi, consumi che non decollano, futuro previdenziale incerto. Ma anche per le imprese scarsa propensione a innovare. Di più: la precarizzazione ha portato alla piena occupazione nel Nord (dove la controtendenza è addirittura il rapporto di lavoro subordinato) ma non ha risolto che molto parzialmente i problemi occupazionali del Sud. E’ tanto palese che perfino gli industriali chiedono (a mezza voce) una modifica della legge Biagi per dare maggiori certezze al lavoratore. E se i padroni bussano, c’è sempre un Francesco Giavazzi (sul Corriere della sera di sabato) a raccogliere la «sfida». Ma quel che è peggio è che perfino Romano Prodi da Milano si dice d’accordo sulla proposta di Giavazzi di passare dal modello olandese a quello danese.

In verità anche a sinistra c’è chi (Fondazione Di Vittorio) ha preso sul serio il modello danese (sul quale si può ovviamene discutere visto che ha come elemento caratterizzante il rilancio del welfare) ben riassunto dal titolo de il Giornale di ieri: «Nel programma di Prodi libertà di licenziare». Già, perché il modello danese prevede una dose decisamente minore di lavori precarizzati, ma, purtroppo, fa proprio il principio che non ci sono limiti al licenziamento. Quando un lavoratore non serve (magari perché è un rompicoglioni) può essere licenziato su due piedi: lo stato garantisce la formazione professionale e tre anni di indennità di disoccupazione con assegno fino al 70% dello stipendio. Con questo sistema – dice Giavazzi – gli imprenditori investono e assumono, tanto sanno che possono licenziare ad libidum. Il professore però non spiega il motivo che dovrebbe spingere gli imprenditori a maggiori investimenti, ovviamente in Italia.

Il programma «cinque impegni per cento giorni» proposto da Giavazzi per il governo Prodi è un bel programma liberale che potrebbe essere fatto proprio da un centro destra un po’ più intelligente e meno assetato di potere. Spazia dalla abolizione del valore legale delle lauree (per migliorare le università, si dice) all’abolizione degli ordini professionali (e si stringe l’occhio ai radicali) a una diversa regolamentazione delle autorità, fino alla completa privatizzazione di cioè che resta di attività produttiva pubblica.

Ma Giavazzi (e Prodi) sono veramente convinti che siano stati i «lacci e lacciuoli» che stringono l’economia italiana a bloccarne la crescita? E’ la mancanza di licenziabilità che blocca le imprese dall’investire e fare ricerca o piuttosto non è le dimensione ridotta della aziende italiane che non favorisce R&S? Forse può apparire un po’ vetero, ma il miracolo economico italiano più che dalle bastonate alla Cgil (e dalla nascita dei sindacati gialli) fu garantito da un soggetto economico – le partecipazioni statali – in grado di farsi garante dell’accumulazione.

Questo significa che oggi quello che serve è più «stato nel mercato». Magari non nel senso che intende Fassino che, elettoralmente, ha fatto ieri una apertura sul Ponte di Messina purché non sia una «cattedrale nel deserto». Non tema: sarà una «cattedrale sul mare». Ma sempre inutile e ambientalmente dannosa.