Un brutto congresso

La relazione d’apertura di Fausto Bertinotti meritava un miglior congresso di quello che si è concluso fra acerbe risse a Venezia. Ma egli stesso ne porta la responsabilità. Era una relazione, la sua, per nulla burocratica, partiva dalla precarizzazione del lavoro come tendenza del capitalismo che definisce in crisi per essere incapace di dare sviluppo, sottolineava la frantumazione che ne deriva per i soggetti sfruttati, il rapporto tra questa disgregazione e il deteriorarsi della democrazia, indicava nel movimento dei movimenti il protagonismo di massa che sorge dalla sconfitta delle sinistre storiche, e ne riconosceva assieme la necessità di conservare l’innocenza e però la difficoltà di agire sul potere politico ed economico che determinano le grandi scelte. Proponeva dunque a Rifondazione di confermare la linea intrapresa nel passato congresso, forse con maggior attenzione a un nuovo movimento operaio, rivendicava il valore dell’organizzazione contro l’indifferenziazione delle moltitudini.

E nel medesimo tempo – questa era la maggiore soluzione di continuità – la decisione di inserirsi a pieno titolo in una coalizione capace di abbattere la Casa delle libertà e di entrare nell’eventuale governo di centrosinistra che ne seguirebbe. Ci sarebbe stata vasta materia da discutere se Bertinotti non avesse finito con l’annunciare a una platea di delegati divisi tra una maggioranza del 60 per cento e a una minoranza del 40 per cento, che alla maggioranza sarebbero andate tutte le redini operative del partito, lasciando agli altri non più che il diritto al dissenso. Di colpo il congresso s’è infiammato sul metodo e sul nodo principale sul quale s’era prodotta la divisione, cioè sulla scelta di partecipare al governo senza avere posto prima dei rigorosi paletti programmatici. Bertinotti obiettava che il programma si fa nella pratica dei conflitti e delle mediazioni in corso d’opera. Ma certo non è un problema di poco conto.

Su questo c’è stato uno scontro nel quale nessuno – è il meno che si possa dire – ha dato il meglio di sé, all’accusa di stalinismo lanciato dalla maggioranza soprattutto alla mozione di Claudio Grassi è stato risposto da quest’ultimo accusando la segreteria di stalinismo nel metodo e avventurismo nella linea. Inutilmente Giorgio Cremaschi, della maggioranza, ha cercato di persuadere che per decidere le forme della vita interna non basta il 50,01 dei delegati, ricordando a Bertinotti quanto s’erano battuti assieme nella Cgil dove lo statuto ora si vota con una maggioranza del 75 per cento: il nuovo statuto è stato messo ai voti, ed è passato col 58 per cento fra amarezze e vituperi. Rifondazione comunista appare più comandata e governata, e proprio dalla sua ala più innovativa. La quale incontrerà molte difficoltà nel guidare quell’esile vascello nel mare tempestoso che ci sta di fronte.

Si deve dunque rassegnarsi al fatto che mancando a un partito di piccole dimensioni il fattore d’equilibrio costituito dall’avere alle spalle grandi masse, la litigiosità vi è più acerba che non fosse nei grandi partiti? E’ un paradosso che si litighi di più fra pochi, ma è tutta la tormentosa storia di Rc a dimostrarlo.

Ma dove saremmo adesso senza le forzature che abbiamo fatto, chiedeva drammaticamente Bertinotti nella concitata conclusione. Tuttavia il dilemma resta: come inoltrarsi per una strada difficile senza una persuasione compatta, come evitare che la compattezza si ottenga per perpetue esclusioni? Come uscire dalla alternativa novecentesca fra socialismi decisionisti e comunismi paralizzanti? E’ un elemento determinante della crisi della politica e della diffidenza dei movimenti. Credere di vincere le vecchie certezze, non tutte miserande, con le vecchie formule che miserande sono invece tutte, rischia di dare alimento all’antipolitica per la quale il «come» dello stare assieme dovrebbe prevalere sul «per che cosa» si sta assieme.

Bertinotti dovrà recuperare assolutamente quell’egemonia che nel congresso non ha saputo garantirsi. Glielo auguriamo, per Rifondazione comunista e per tutti noi.