Un bicchiere per tutti

Vi è capitato di guardar dentro al bicchier d’acqua che avete bevuto poco fa a colazione? Al bar, l’acqua veniva da una bottiglia con l’etichetta di una multinazionale e, riflessa sulla superficie, avrete senz’altro riconosciuto il volto di un consumatore che compra sul mercato una merce a prezzo stratosferico. A casa, dal rubinetto una volta usciva un servizio pubblico, un liquido prezioso portato a casa di tutti dalla spesa pubblica per costruire l’acquedotto, pagato da tutti con poche lire di tasse e tariffe. Ora invece molti rubinetti sgocciolano la stessa merce delle bottiglie private, e non basta chiamare l’idraulico per fermare la perdita di soldi che gli assetati subiscono da quando devono pagare prezzi di mercato. Se qualche fortunato ha ancora vicino a casa una sorgente a cui bere, assaporerà un bene naturale, disponibile per tutta la comunità, da non sprecare e da non inquinare. Merci, servizi pubblici e beni comuni sono tre cose diverse, anche se l’acqua è la stessa. Le prime producono profitti privati, di cui le imprese sono assetate ben più che dell’acqua. I secondi rispecchiano diritti sociali, specie a rischio di estinzione. I beni comuni, animali selvaggi, vivono nella natura e nelle comunità che li producono e consumano, che li sostengono e li controllano. Ci sono le comunità locali che amministrano foreste, acque e altre risorse naturali. Ci sono le comunità globali degli scienziati e ricercatori che producono e distribuiscono a tutti le conoscenze del sistema educativo e le informazioni di Internet. Ma non sempre le cose funzionano, i beni comuni sono realizzati, l’accesso è assicurato. La comunità del pianeta Terra ha bisogno di tutelare l’ambiente dalle emissioni di anidride carbonica e dall’effetto serra, ma molti governi fanno finta di non sentire il riscaldamento globale, per non disturbare la produzione industriale di merci. Tutti hanno bisogno di salute, di evitare epidemie e curare malattie, ma molti governi e tutte le imprese farmaceutiche vedono in questo solo l’occasione di fare affari.

Dopo vent’anni di giochi di prestigio che hanno trasformato in merci beni comuni e servizi pubblici, ci siamo accorti che a guadagnarci sono state soprattutto poche grandi imprese; i cittadini, soprattutto i più poveri, hanno avuto più danni che benefici; lo stesso bilancio si può fare per la natura e il pianeta. Ci sono volute manifestazioni, campagne, persino cambi di governo dove – come in Argentina e Bolivia – l’invasione del mercato nell’acqua, nei servizi essenziali, nelle risorse naturali è stata più grande e devastante, ma ora l’alta marea delle merci sembra rallentare, in qualche punto rifluisce. L’acqua è ora agitata dai movimenti, si ripensano le politiche per i beni comuni globali, si studiano i nuovi modi per produrli localmente, per decidere tutti in modo più democratico, per finanziarli con nuove tasse globali sulle emissioni inquinanti o sui viaggi aerei, una strada aperta ora dalla Francia e da altri paesi. Si cercano soluzioni concrete che sappiano offrire a tutti un bicchier d’acqua, tenendo lontano le insidie delle merci, ma anche quelle di una politica che usa le aziende di servizi pubblici per distribuire privilegi ai notabili di partito. Alla fine, da questo cambiamento della marea emergeranno nuovi confini tra merci, servizi pubblici e beni comuni, un tema che sembra fatto apposta per discutere del futuro di un paese in tempo di elezioni. Se solo la politica si ricordasse che si deve occupare del bene comune.