Un arrabbiato storico con il culto della parola

“Scrivo per il teatro da cinquant´anni ma sono anche molto impegnato politicamente”
“Non so che cosa abbia pesato di più”, dice il drammaturgo mentre brinda con la moglie davanti a casa
“Svela il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno”, recita la motivazione dell´Accademia di Svezia
Ha messo politica e guerra al centro del suo palcoscenico mentale: con “War”, una raccolta di poesie, e i frammenti di “Voices”

«Sono sopraffatto dall´emozione», dice Harold Pinter ai giornalisti e fotografi venuti a bussare alla porta della sua abitazione londinese. «E sono commosso. Questa è una cosa che non mi sarei mai aspettato». Non è il solo ad essere sorpreso: a parte McEwan, non se lo aspettava nessuno, il suo nome non circolava tra quelli dei favoriti, tant´è che Pinter ha compiuto tre giorni fa 75 anni senza che la Gran Bretagna facesse nulla per celebrare il suo più importante drammaturgo vivente.
Come ha festeggiato, lui, la bella notizia giunta da Stoccolma? «Io e mia moglie abbiamo mangiato soli soletti qui a casa, poi ci siamo bevuti un bicchiere di champagne. Adesso credo che me ne farò un altro». Il commediografo che ha donato una nuova parola al dizionario inglese, “Pinteresque”, equivalente a un dramma carico di enigmatici silenzi e di verità pronunciate a denti stretti, rimane fedele a se stesso anche alla notizia di avere vinto il premio Nobel per la letteratura 2005. Perché pensa di essere stato premiato? «Me lo domando anch´io», risponde. «Sì, me lo domando. Scrivo per il teatro da cinquant´anni, e potrebbe essere una valida ragione. Ma sono anche molto impegnato politicamente, e non sono per niente sicuro di quanto questo fattore abbia pesato sulla decisione dei membri dell´Accademia».
D´altra parte era stato lui stesso a dichiarare che ci sono cose più importanti della letteratura. «Ho scritto abbastanza drammi teatrali, ora voglio dedicare tutte le mie energie alle questioni politiche, perché sono preoccupato di come stanno andando le cose nel mondo», aveva detto nel marzo scorso. Da sempre pacifista e accanito difensore dei diritti umani, ha guidato l´opposizione alla guerra in Iraq all´interno della sinistra britannica, diventando un feroce critico di Tony Blair: «Non sopporto più quel criminale di guerra che va in giro con un ipocrita sorriso cristiano stampato in faccia. E´ stato un idiota ad andare dietro a Bush in questa avventura». Di Bush e dell´America ha detto anche peggio: «Gli Stati Uniti sono il vero stato canaglia, un paese arrogante, sprezzante, indifferente alle leggi internazionali, la potenza più pericolosa che il pianeta abbia mai conosciuto».
Quando, nonostante la sua promessa di occuparsi soltanto di politica, ha ripreso a scrivere, ha messo la politica e la guerra al centro del suo palcoscenico mentale: con War, un libro di poesie, e Voices, un testo teatrale che riprende e rielabora frammenti dei suoi ultimi drammi, scandito dalle parole dei discorsi di Bush e Blair, dall´eco delle operazioni militari in Afghanistan e in Iraq, e da un´accusa implacabile: «L´infernale condizione che stanno vivendo tutti gli uomini della terra, in Occidente e altrove, è colpa di un potere dissennato», il potere dell´America.
E adesso che è un premio Nobel per la letteratura, come proseguirà la sua carriera? L´autore de La stanza e Il compleanno resta della stessa idea: «Penso che il mondo abbia avuto abbastanza opere teatrali dal sottoscritto. Penso che continuerò certamente a scrivere poesie e che certamente continuerò a occuparmi di politica», risponde. Se ne occupa, di politica, anche nel momento in cui sarebbe naturale pensare soltanto a se stessi, festeggiare, bevendo champagne per l´appunto, come aveva promesso: «Penso che il mondo andrà in rovina se non stiamo attenti», prosegue infatti. «E´ diventato un mondo sempre più pericoloso, e non mi sembra affatto che la Gran Bretagna stia aiutando a renderlo più sicuro. L´Iraq è solamente un simbolo dell´atteggiamento delle democrazie occidentali nei confronti del resto del mondo, e del modo in cui l´Occidente sceglie di esercitare il proprio potere».
La porta di casa Pinter si richiude, arrivano fattorini con mazzi di fiori, il suo telefono non smette più di squillare. Tra i primi a fargli le congratulazioni ci sono i suoi colleghi inglesi, e almeno loro ricordano che il Nobel, politica a parte, premia uno dei grandi drammaturghi del ventesimo secolo. «Un premio assolutamente meritato, sono entusiasta della decisione», commenta il commediografo Tom Stoppard, «con le sue prime opere Harold si è elevato sulla scena teatrale a dispetto dell´incomprensione dei critici, del pubblico e di altri scrittori, poi ha trasformato il teatro». Il commediografo David Hare: «Non solo ha scritto alcune delle più importanti opere del suo tempo, ma ha portato una ventata d´aria fresca nell´attico convenzionale della letteratura inglese, è stato un esempio e una fonte di ispirazione per tutti».
Lo chiama l´Einaudi, suo editore italiano. Lo chiama Faber and Faber, l´editore inglese, dicendo: «Ha rivoluzionato il teatro».
Blair, il suo bersaglio degli ultimi tempi, per ora tace. Parla però, al posto del premier, il ministro della Cultura Tessa Jowell, definendo Harold Pinter «un colosso della letteratura britannica» ed elogiando la sua fama mondiale di «drammaturgo, poeta, polemista». Una caratteristica, quest´ultima, che Downing street può ben perdonare a un premio Nobel.