Un armamentario di sostanze che dà l’illusione dell’autosufficienza

Calissano fa giustamente scalpore. Un uomo giovane, bello, di successo, che tutti sono portati ad invidiare e che si presenta d’improvviso, all’occhio impietoso delle telecamere, come un uomo distrutto che sente di aver “toccato il fondo”. Che viene accusato, sulla base di indizi comunque forti, di aver contribuito alla morte di una donna di 31 anni al termine di un lungo festino, due uomini e tre donne, durato tutta la notte. A base di cocaina all’inizio, a base di tranquillanti e di psicofarmaci sedativi poi. Fino al coma irreversibile della ragazza e a quello reversibile di lui. In uno scenario, difficile da immaginare fino al giorno prima, di solitudine, di incapacità di essere sé stessi, di vera e propria, nascosta e tuttavia autentica, disperazione.
La cocaina, ci diciamo tutti da tempo, è droga legata alla ricerca del piacere. Di un piacere più grande o più duraturo, più violento o più elementare. Di un piacere in più per gente che di piaceri se ne permette già molti. Per gente annoiata e consumista, gente che ha ottenuto e ottiene facilmente subito le cose di cui pensa di aver bisogno in quel momento. Gente continuamente sospesa fra arroganza e paura, fra necessità di rassicurarsi sentendosi più forte di quello che è e sgomento, progressivamente più forte, di quello che resta, al fondo, un vuoto degli affetti che si trovano solo nell’intimità di un rapporto cui ci si affida.
Caricatura un po’ surreale del consumista alla Marcuse, il moderno consumatore di cocaina e di psicofarmaci si presenta a volte proprio così, nel momento della crisi, come la persona più sola e più desolata del mondo. Trattati come oggetti di consumo, gli altri si sono messi al servizio dei suoi desideri o gli sono stati vicini senza capire ma si arrabbiano o si ritraggono comunque spaventati, quando lui crolla.
Sentendo e soffrendo improvvisamente, come è capitato a tanti amici di Calissano, il muro sottile di distacco, di indifferenza, di “esisto solo io” che le sostanze lo avevano aiutato a costruire. Una delle conseguenze più terribili dell’abitudine a controllare i propri stati d’animo con un armamentario di sostanze che tirano su o giù, che si correggono l’un l’altra negli effetti estremi, sta proprio qui, infatti, nella convinzione errata e dolorosa di non aver bisogno degli altri, di poterne fare tranquillamente a meno. Vendere l’anima alle sostanze come Faust la vendeva a Mefistofele, in fondo, è un modo di rinunciare alla possibilità di presentarsi come un essere umano nel rapporto con altri esseri umani.
Parliamo, parlando così, di casi estremi? Io penso proprio di si.
Quello che va valutato attentamente, tuttavia, è il modo naturale in cui questi casi estremi riflettono la normalità del nostro quotidiano.
La normalità del doping sportivo sentito come necessario per allevare dei piccoli campioni capaci di avere successo e di guadagnare soldi per sé e per gli allevatori. La normalità delle modelle costrette a sfiorare l’anoressia per continuare a lavorare. La normalità del bambino che cresce in una famiglia che lo mette al centro di una pedagogia del successo. La normalità di una cultura in cui esisti solo se ti fai notare per la tua bellezza o per la tua forza, giochi solo per vincere, sei vivo solo se sei qualcuno. Complemento indispensabile (o ritenuto tale) di questa corsa verso il successo, il farmaco diventa sempre più, in queste condizioni, il mito o il Dio del nostro tempo. Stroncando, dove può, le resistenze di chi si oppone.
Proponendosi, ai genitori e ai maestri, come la strada più semplice per affrontare l’apatia, la depressione o la ribellione del bambino, ai medici e a troppi operatori come una panacea per il dolore e la solitudine degli anziani. Promettendo, a chi si immagina atleta o uomo comunque di successo, la giusta dose di energia muscolare o intellettuale in più, l’arma vincente per chi vuole avere ragione della concorrenza degli altri. Con l’approvazione neanche tanto nascosta di chi, dall’interno delle istituzioni che si occupano di sport propone oggi di annullare o di sospendere i reati legati alla frode che l’atleta dopato compie nei confronti dei suoi avversari e, alla fine, di sé stesso.
Esperienza diretta di una complicità sottile con chi si muove su una linea sbagliata e controproducente, l’idea di rinunciare ad una battaglia sacrosanta contro l’uso dei farmaci dello sport, può avere in effetti, un grande valore simbolico. Quella che lo sport e i campioni che in esso si affermano devono trasmettere a tutti e, in particolare, ai più giovani è l’idea di un piacere che direttamente si collega all’incontro, alla competizione e al gioco non al successo e al denaro che dal successo proviene. Essere severi con chi imbroglia non è solo parte integrante di un programma di prevenzione, è anche un modo di proporre con forza a chi sta male la necessità di fermarsi. E di curarsi.