Un apprendistato da superare

Con la precarietà che dilaga diffondendo tipologie contrattuali espressamente rivolte a rendere instabile ed indecente il rapporto di lavoro, capita di essere trascinati a dare più valore di quel che meriti al «meno peggio»: si veda la retorica talvolta trasversale intorno all’apprendistato.
Ogni organizzazione imprenditoriale aveva fiutato l’affare sin dalla approvazione della legge 30, perché poter assumere giovani di età fino ai 29 anni e 364 giorni, per un periodo fino ai 6 anni e senza obbligo di assunzione finale, con sottoinquadramento salariale e decontribuzione quasi totale, con responsabilità formative meno impegnative che in passato e tendenzialmente sempre più interne ai luoghi di lavoro, rappresenta certamente un’ottima occasione di riduzione dei costi. E’ vero che le norme di alcuni contratti nazionali – si veda quello metalmeccanico – hanno introdotto miglioramenti rispetto a legge e decreto, ma rimane pur sempre la realtà di un lungo e ineguale trattamento di ingresso nel mondo del lavoro, destinato ad interessare un numero crescente di lavoratori indipendentemente dai contenuti «professionalizzanti» delle mansioni svolte.
In Lombardia, ad esempio, gli stessi dati ufficiali ci dicono che solo circa il 15% degli oltre 90.000 apprendisti sono stati formati e non risulta, con poche eccezioni, che nel resto d’Italia la situazione sia migliore; mentre anche su quantità e qualità della formazione effettivamente impartita è lecito pensar male. La regolamentazione contrattuale del nuovo apprendistato è avvenuta soprattutto negli ultimi due anni. E’ presumibile perciò che si verifichi un incremento esponenziale nell’utilizzo di questo istituto. Solo l’apprendistato per percorsi di alta formazione, infatti, merita una relativa condivisione e rende comprensibile il suo impiego fino ad una età avanzata, senza giungere però a sfiorare i trent’anni. Se basato su un buon numero di ore formative e su una buona interrelazione con l’esperienza lavorativa, può essere uno strumento utile per una elevata specializzazione, ma può coinvolgere solo pochi giovani lavoratori.
Si impone quindi una riflessione rigorosa per evitare che anche attraverso il nuovo apprendistato si consolidi la già vistosa rottura generazionale nei diritti del lavoro. Naturalmente l’abrogazione della legge 30 ci farebbe ripartire col piede giusto: ma non possiamo dimenticare che ormai la contrattualizzazione del nuovo apprendistato è un dato acquisito. Occorre pensare ad una diversa idea di contratto di formazione-lavoro, mettendoci nella logica di chi vuole «praticare l’obiettivo» e puntando da subito a superare per via contrattuale (nazionale e di 2° livello), legislativa e nei rapporti con Regioni e Province, le normative attuali.
Credo convenga ragionare sui seguenti punti:
1) L’apprendistato professionalizzante. Non dovrebbe essere ammissibile per lavori seriali e di scarso contenuto (laddove previsto, si dovrebbe rivendicarne la progressiva riduzione di durata), né essere consentito fino ad una età troppo avanzata. Dovrebbe avere una durata più commisurata all’effettiva qualità dello sbocco professionale e prevedere congrue riduzioni di periodo in rapporto ai titoli di studio; contenere norme più vincolanti per la stabilizzazione del rapporto di lavoro, essere limitato nel sottoinquadramento e incluso nei risultati della contrattazione aziendale.
2) L’apprendistato per l’espletamento del diritto-dovere di istruzione e formazione – fino a tre anni per adolescenti oltre i 15 anni di età – è solo la presa d’atto del degrado culturale e sociale che produce l’abbandono scolastico. Per gli apprendisti di questa età vale nell’immediato il discorso di un vero controllo per salvaguardare e valorizzare intanto il più possibile la natura di contratto a causa mista (formazione e lavoro), ma vale soprattutto l’esigenza di affermare che essi, semplicemente, non dovrebbero esistere e di riprendere perciò come sindacato l’obiettivo dell’innalzamento dell’obbligo scolastico e del diritto allo studio fino ai 18 anni.
3) La formazione professionale. Tralasciando qui la necessità di una riforma dell’intero settore, rilevo che la formazione effettivamente impartita interessa un numero esiguo di giovani e non coinvolge la stragrande maggioranza dei nuovi apprendisti professionalizzanti. La Regione Lombardia, ad esempio, che non ha sinora predisposto alcun quadro normativo, ha conseguito un vero fallimento in materia. Nei fatti, oggi, l’impiego di apprendisti professionalizzanti si sta caratterizzando come occupazione a termine di lavoratori – non di rado con titolo di studio superiore e in certi casi universitario – per i quali viene applicata una riduzione del cuneo fiscale all’ennesima potenza. C’è da reimpostare un ruolo pubblico della formazione esterna ed esigere responsabilità dalle imprese. Oggi il datore di lavoro che non ottempera ai suoi obblighi formativi è tenuto a versare una quota contributiva maggiorata, cioè una semplice sanzione pecuniaria (tra l’altro scarsamente applicata a causa della condizione di inefficienza in cui versano attualmente gli organi ispettivi del lavoro). Occorre reintrodurre la sanzione che prescriveva in questo caso l’assunzione a tempo indeterminato.
4) Il valore irrisorio dei contributi agevolati per le imprese è l’unico elemento rimasto immutato nelle leggi sull’apprendistato che si sono succedute fino alla legge 30 e al decreto 276. Nel contempo gli apprendisti continuano a non avere retribuzione durante la malattia, cassa integrazione ordinaria e straordinaria, indennità di mobilità. Pur senza uscire dal regime di agevolazione, una forte rivalutazione di tali contributi si impone per risolvere una questione di uguaglianza nei diritti sociali dei lavoratori. Questo a maggior ragione se da più parti si continua a versare lacrime sui conti Inps.
Vorrei notare infine che ci sono anche ragioni più generali, attinenti al riconoscimento del ruolo dello studio e della scuola e alla considerazione sociale dei giovani nella società, che sconsigliano un approccio sindacale e politico disinvolto ad una tipologia contrattuale il cui nome generalmente non c’entra con la sua sostanza.

* segreteria Camera del Lavoro di Brescia