Un altro passo verso il vuoto

Nelle prossime ore l’Iraq compirà un altro passo lungo la strada della sua dissoluzione come stato unitario arabo – sostituito da tre patrie etnico-confessionali -, un altro passo verso la svendita delle sue ricchezze naturali, verso la guerra civile, verso il caos. L’amministrazione Usa – con i suoi alleati – da parte sua avrà invece fatto un altro passo nella palude irachena, verso il sacrificio di altri soldati ma anche verso nuovi favolosi budget per il complesso militare industriale e il controllo delle ricchezze petrolifere della regione. Il Medioriente farà invece un altro passo verso una «pax israeliana», verso la scomparsa di uno dei più importanti paesi arabi, verso la disgregazione su basi etnico confessionali di tutti i paesi della regione, a cominciare dalla Siria per finire con l’Arabia Saudita. In altri termini – senza considerare l’importantissima variante costituita dalla resistenza del popolo iracheno (ma anche di quella palestinese, libanese e della Siria) forse capace di rallentare o bloccare questo processo – l’intera regione farà un altro passo verso la guerra e un moltiplicarsi per dieci, per cento, delle tragedie già verificatesi nella ex Yugoslavia e prima ancora in Libano. Tutto potrà derivare da questa costituzione tranne che una «exit strategy» dall’Iraq degli Usa e dei loro alleati. La nuova costituzione irachena – tale solo di nome dal momento che gli occupanti hanno deciso chi la doveva scrivere, ne hanno fissato paletti e limiti e in parte l’hanno anche scritta, direttamente tramite l’ambasciatore Usa Zalmay Khalilzad – costituisce l’inevitabile punto di arrivo di quel «processo politico-istituzionale», delineato già prima dell’invasione nei pensatoi «neocon», teso a cancellare il carattere laico, multietnico, multiconfessionale e «arabo-nazionalista» dell’Iraq, ponendo alla base della sua vita politico-istituzionale un criterio rigidamente etnico-confessionale. Dall’arrivo degli occupanti i cittadini iracheni non sono stati più tali ma membri di questa e di quella etnia o confessione religiosa. Ovviamente questa decisione ha significato l’impossibilità di formare partiti nazionali e ha consegnato gli iracheni nelle mani dei loro capi religiosi o dei capi-clan. Il contrario di qualsiasi, pur primitiva, democratizzazione.

E’ stata questa la base sulla quale è stato designato il Consiglio di governo provvisorio nominato dal vicerè Paul Bremer (i cui membri rappresentavano ciascuno una comunità etnica o religiosa con l’esclusione dei sunniti e dei settori sciiti o laici contrari all’occupazione), e di tutti gli organismi politici e istituzionali del paese. Da ciò la necessità – e non l’errore – di smantellare l’esercito iracheno, multietnico e multiconfessionale, custode del «nazionalismo arabo», capace di opporsi alla disgregazione del paese in patrie etniche, e la sua sostituzione con le milizie dei partiti curdi e sciiti filo-Usa e filo-Iran ai quali gli occupanti hanno consegnato il monopolio della vita politica irachena. Il criterio etnico confessionale – con un’operazione simile a quella compiuta dai francesi in Libano nella seconda metà dell’ottocento quando vennero istituzionalizzate le differenze confessionali, a vantaggio della comunità cristiano-maronita loro alleata – è stato quindi sancito nella costituzione provvisoria dello scorso anno scritta dal professore Noah Feldeman dell’università di New York. Costituzione provvisoria che poi è stata tradotta nei mesi successivi in quella «definitiva» ancor più velenosa della precedente. Ecco quindi che secondo la nuova costituzione al posto dello stato iracheno dovrebbero nascere tre ministati (uno curdo-Usa-israeliano) nel nord con le relative ricchezze petrolifere, uno sunnita al centro con le sole «sabbie dell’Anbar» e uno sciita nel sud con i ricchissimi pozzi di petrolio sul Golfo. Divisione del resto già prefigurata nel 2003 dal prof. Shlomo Avineri sul Jerusalem Post e sul New York Times da Leslie Gelb, del Council on Foreign Relation. Ciascuno stato avrà un parlamento, forze militari e il pieno controllo delle «nuove risorse petrolifere» le quali saranno «aperte» al saccheggio delle multinazionali. Allo stato centrale non resterà che la parte spettante ai sunniti (come se i curdi non lo fossero) dei proventi derivati dallo sfruttamento dei «vecchi pozzi» in via di esaurimento. Le leggi del parlamento centrale potranno non essere applicate nelle altre due entità statuali.

L’Iraq, fondatore della lega araba, secondo questa costituzione non solo non sarà più «arabo» ma non eisterà più. Per non parlare del fatto che i tre mini-stati non sono ovviamente «puri» e quindi le rispettive minoranze o saranno cacciate o discriminate. Inoltre, trattandosi di stati etnico-confessionali ed essendo stato stabilito dalla costituzione che nessuna legge potrà andare contro la Sharia, ogni decisione in merito spetterà alle autorità religiose e queste, nella loro enclave, potranno violare senza conseguenze quei diritti civili e politici di cui pure la costituzione parla ma senza preoccuparsi di elaborarne adeguati meccanismi di salvaguardia. Gli occupanti parlano di diritti e di sovranità degli iracheni ma lavorano alla loro liquidazione. Un’altra grande menzogna di distruzione dell’Iraq.