Un alieno in patria promosso dalle urne

Trattandosi della conferma del presidente uscente, il voto nel Congo potrebbe risolversi in un non-evento. In effetti, il Congo è troppo carico di storia, per sé e per l’Africa. È impossibile liquidare sommariamente un’operazione che nelle nude cifre della consultazione generale e poi del ballottaggio può sembrare racchiusa in una cerchia di politicanti autoreferenziati. Joseph Kabila, il vincitore, è arrivato al Palazzo solo in quanto figlio di Laurent-Désiré Kabila, autore, attivo o passivo, della lunga marcia intrapresa dieci anni fa su istigazione di Uganda e Ruanda per bonificare l’allora Zaire di Mobutu e omologarlo al clima dell’Africa «rinascente». Il suo rivale, dichiarato sconfitto, è il vice-presidente in carica ed è stato uno dei ribelli che gli ex-alleati del vecchio Kabila gli avevano aizzato contro quando aveva ritenuto di poter fare a meno degli invadenti vicini. Una baruffa in famiglia che è costata centinaia di migliaia se non milioni di vittime, tremende devastazioni materiali e una rapina sistematica delle risorse a favore di potenze, mafie e corporazioni economiche. L’entità della posta restituisce al voto tutta la sua importanza. Il comportamento stesso della popolazione, tutt’altro che rassegnata a giudicare dal concorso degli elettori, ha trasformato una disputa fra membri a vario titolo del governo di unità nazionale in una prova risolutiva per la nazione e il suo futuro.
Se solo le elezioni saranno in grado di consolidare il Congo, non si osa pensare per sempre ma almeno per la congiuntura in cui vive l’Africa, la svolta avrebbe una portata enorme. La regione dei Grandi Laghi è stata alla mercè, dopo Mobutu, dello strapotere di forze più o meno istituzionali che hanno disposto delle ricchezze del Congo per fini di parte. Due piccoli paesi, l’Uganda e il Ruanda, hanno attuato politiche di interferenza ed espansione sfruttando l’aiuto fornito loro dall’esterno. Museveni è diventato un Bismarck locale. L’Uganda è stato promossa dalla Banca mondiale a vetrina delle sue ricette. La mancanza di un contrappeso alle ambizioni dei «predatori» ha rappresentato un handicap che ha sbilanciato la politica di tutta l’Africa. C’è bisogno nell’Africa centrale di un polo positivo che affianchi la Nigeria e il Sudafrica nella gestione – una specie di egemonia per consenso – di questa faticosa fase di inserimento dell’Africa nelle logiche della globalizzazione.
Joseph Kabila ha avuto il merito di impegnarsi a fondo per far dimenticare le sue origini spurie. Lui, pressoché un alieno in patria, chiamato a succedere al padre dopo un oscuro assassinio che avrebbe coinvolto cortigiani, pretoriani e agenti delle molte nazioni impegnate in quella che è stata definita la prima guerra mondiale africana, ha recuperato la credibilità necessaria per proporsi come l’interlocutore preferenziale sia dell’Unione africana che delle grandi potenze. Bemba ha cercato di denigrarlo appunto perché troppo caro a Parigi e Washington. Ma Bemba, sempre sotto la minaccia di un’incriminazione per i massacri commessi da lui o dalle sue milizie, non aveva certo quarti di nobiltà migliori da esibire.
L’infelice sorte di Patrice Lumumba, l’eroe mancato dell’indipendenza del Congo, fu segnata, oltre che dalla secessione decretata da Tshombe e dal tradimento di Mobutu, l’uno e l’altro lestissimi a farsi proteggere da tutto il gotha della finanza e dalla politica mondiale, dalla mancata realizzazione di una corrente di interazione e mobilitazione a livello nazionale. Il paese era troppo diviso. La capitale troppo lontana dal paese «reale» e dai centri economici più vitali. Mobutu ha governato per trent’anni grazie a un sistema di malversazione generalizzata a cui aveva associato una rete di clienti sparsi nelle province. Joseph Kabila non ha fatto miracoli in questi cinque anni ma potrebbe beneficiare dal sollievo che un’elezione con qualche parvenza di regolarità, sotto gli occhi di una pattuglia di osservatori internazionali e truppe dell’Onu, ha suscitato in quella che, fatte tutte le riserve del caso, è la società congolese. Nulla esclude naturalmente che siano già all’opera i piani e le forze per dissipare anche questo piccolo frutto di un’impennata d’orgoglio dello stato che dai tempi di Leopoldo II è la «madre» di tutte le crisi dell’Africa, il cuore di tenebra per antonomasia di un continente senza requie.