Ulivo, dieci anni di vita dura tra gelate e resurrezioni

Il Financial times definì il dibattito sul simbolo come “orticultura politica”
Nel marzo del 2001 morì la pianta messa a dimora da Prodi a Monteveglio

Gli anniversari non solo per Romano Prodi sono sempre faccende un po´ delicate. Solennizzano un evento, ma fanno sentire tutti più vecchi; illuminano il valore di qualcosa, però rischiano anche di mostrarne l´usurante ripetitività.
E dunque (o comunque): sono dieci anni d´Ulivo. Il simbolo fu disegnato proprio in questi giorni. Ebbe successo, ebbe gloria, quindi fu messo da parte, e poi dato per disperso. Oggi ritorna quasi a sorpresa. Meraviglia delle ricorrenze.
In realtà, a essere pignoli, gli anni sarebbero ormai quasi undici, dal momento che Prodi, su spinta dell´occulto inventore, Arturo Parisi, evocò per la prima volta la fatidica pianta il 13 febbraio del 1995, a Bologna: «Accanto alla quercia è necessario piantare un ulivo». Già allora, in preveggente sintesi, il Prof spiegò le ragioni di quella scelta: si trattava di un albero «millenario», «dalle radici profonde», «contorto» sì, ma perché «forte» e «resistente alle intemperie», presente al Nord e al Sud, quindi «molto italiano». Inoltre, disse Prodi, «rappresenta la pace» e «fa molti frutti».
Le olive. Ma qui appunto sorse la prima disputa: olivo o ulivo? L´Italia letteraria era spaccata. Dalla parte dell´olivo si collocavano Petrarca, Ariosto, Tasso, Boiardo (autore secondario, ma nato come Prodi a Scandiano), Alfieri, Leopardi, Pascoli e Pirandello. Mentre per l´ulivo tifavano Dante, Boccaccio, Machiavelli, Foscolo e Manzoni. Vinse quest´ultima squadra: e da allora fu ulivo. O meglio: fu l´inizio, nei discorsi del leader, dell´Ulivo: maiuscolo e accompagnato da una proliferazione di metafore a base di «radici», «tronco», «rami», «ramoscelli», «frantoi», «olio» e perfino «diserbanti». «Orticultura politica» commentò il Financial Times: era il segno che il messaggio passava.
Nel giugno di quel 1995, allo stadio San Paolo di Napoli, fu opportunamente consegnato a Prodi, davanti ai fotografi, un ulivetto dentro un vaso; in estate una poesia di Gaio Fratini certificò l´avvenuta identificazione con il professore: «Ma l´immagine pia che più trascina/ è Prodi da colomba picassiana/ travestito, che dopo la tempesta,/ con un ramo d´ulivo dentro il becco,/ obbliga Fausto e Silvio a fargli festa». Nel mese di ottobre, al festival dell´Unità di Mentana, un clamoroso equivoco offrì la più significativa conferma della potenza semantica dell´invenzione: centinaia di persone s´erano presentate a un dibattito sull´ulivo, per scoprire poi che si discuteva delle qualità organolettiche dell´olio della Sabina, per il quale si richiedeva il marchio dop.
A quel tempo Parisi aveva già fatto il necessario per assicurare all´emblema l´indispensabile visibilità. La scelta era caduta su un affermato grafico e illustratore toscano, Andrea Rauch, che dopo un lungo viaggio da Siqueros a Klee aveva puntato sulla geometria concettuale del ramoscello, isolando il verde delle foglie, l´azzurro sfumato e – prezioso particolare – il rosso dell´apostrofo. A metà dicembre ci fu l´ostensione del simbolo nella sede dei Santi Apostoli. Clima festoso, molto romano: «Professò! – gridavano i fotografi – n´antro soriso!».
Nella platea, confuso con i giornalisti, si godeva la scena il professor Alessandro Savorelli, storico della filosofia alla Normale, appassionato di araldica nonché ermeneuta dell´immaginario ulivista. «Con alberi sacri, segni di antichi culti agresti, l´ulivo, albero sobrio e tenace… »: così, sulla patinatissima brossure, cominciava una sua nota che dalla Genesi, via Sofocle, Erodoto e Ovidio, arrivava a Frazer e a Kerényi tirandosi dietro archetipi di ogni sorta. Toccò a lui scaldare la fantasia e il motore della macchina mitologica. Mai prima di allora appariva così evidente, ai limiti dell´ostentazione intellettuale, l´intento di rendere sacro un simbolo per farne uno strumento della turbo-politica. Ma a ripensarci era anche la prova di quanto i prodiani avessero fatto tesoro della grande lezione pubblicitaria di Berlusconi, della sua professionale abilità nel manipolare sogni, visioni, oggetti, eventi esemplari, depositi di memoria collettiva. Fino al punto da costringere lo stesso centrodestra a protestare contro la distribuzione di ramoscelli d´ulivo la domenica delle palme.
E in ogni caso: l´Ulivo vinse. L´ondata extravergine culminò, invero con qualche idolatrica risonanza, nel pellegrinaggio del presidente del Consiglio a Canneto sabino, con prefetto e questore di Rieti in grande spolvero sotto le fronde del «Patriarca», come è soprannominato l´ulivo più antico d´Europa (1.500 anni, diametro del tronco 6,1 metri, altezza 14, oltre 12 quintali di olive ogni anno), per quanto appartenente a un personaggio locale, il cavalier Bertini, noto per la sua strenua militanza in An.
Ma il punto è che quasi mai i simboli restano inerti. Per cui di lì a poco – infausto presagio – un incendio arrivò a lambire il bonsai che Prodi teneva nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Così come, dovendosi in seguito inaugurare il terrazzo della nuova casa di Massimo D´Alema, il costruttore Alfio Marchini pensò bene di regalare – indovina un po´ – un ulivo; e siccome l´allegorico regalo era pure bello grosso e non passava per le scale, dovette intervenire una speciale gru.
Si sa poi come andarono le cose: a Bruxelles non crescono ulivi. Ma anche in Italia la gelata del centrosinistra sconfitto ebbe sintomatici contraccolpi, pure di ordine botanico. Così, nel marzo del 2001 si seppe che era morto l´ulivo personalmente piantato da Prodi poco lontano dall´abbazia di Monteveglio, quando ancora era in vita Dossetti. Forse per via del freddo, o del terreno argilloso: «Era solo» commentò il Prof, aggiungendo: «Gli ulivi non si lasciano mai soli».
Vero, ma più in generale era «lo spirito dell´Ulivo» che era andato, per dirla sempre con Prodi, «a farsi benedire». Ne fecero le spese le bandiere e i gadget verde oliva, le cartoline e le litografie di Valerio Adami battute all´asta come oggetti di modernariato (una la donò Flavia Prodi a Rutelli, un´altra la vinse la stilista Chiara Boni). Addio Ulivo, conteso e vilipeso perfino sulla scheda elettorale: lo reclamava la Gad, e subito insorgevano contro lo «scippo» Occhetto, i verdi, i comunisti italiani. Defunto, ormai. O no? «Non sono un medico delle piante – rispondeva Prodi nel 2002 – ma questi alberi secolari a volte sembrano rinsecchiti, poi gli spuntano dei rami».
Sembrava una battutina patetica, un ridente sproposito, o la classica excusatio non richiesta a chi si ostina nell´inseguire un pallido e vagante simulacro. In realtà era una semplice speranza. Ai materialisti non sono mai mancati gli argomenti per ridere alle spalle dei cacciatori di simboli. Ecco: gli anniversari, in fondo, servono anche a fargli venire qualche dubbio.