Ue: «Pensioni, non c’è fretta»

Romano Prodi gongola per aver passato l'”esame” della Commissione Ue sui conti pubblici. E rilancia sulle «riforme», promettendo un ritmo sempre più serrato «a partire dai prossimi giorni». Il riferimento è al prossimo consiglio dei ministri dove dovrebbero passare la «seconda tranche» delle liberalizzazioni del ministro Bersani, e gli «aiuti alle imprese» dei visco.
Ieri infatti Bruxelles ha ufficialmente promosso il Piano di stabilità che il governo ha approntato per il quinquennio 2006-2015, che prevede già entro il 2007 il rientro del deficiti sotto il 3%. Sì al Piano italiano – afferma il commissario Joaquim Almunia illustrando il Rapporto – purché «la finanziaria sia attuata pienamente». I timori si concentrano su possibili «sforamenti» soprattutto della «spesa sanitaria», e per gli anni futuri si attende ulteriori «precisazioni». Comunque, rassicura il commissario, se l’Italia procede bene nel 2008 potrà arrivare «l’archiviazione della procedura per deficit eccessivo».
Ma il fulmine a ciel sereno (almeno per alcuni “interessati” commentatori italiani) Almunia lo fa cadere proprio sul tema pensioni. Il Rapporto Ue ribadisce, sì, che il problema più grosso per l’Italia resta «l’elevato debito pubblico», per cui è necessario «attuare la riforma dellaprevidenza già adottata», ma Almunia ha aggiunto ieri una significativa chiosa a viva voce. «Bisogna intervenire sulle pensioni,» ma «non parlo del 2007, mi riferisco al periodo del programma di stabilità».
Tradotto: la Riforma delle pensioni può attendere fino al … 2011.
C’è tutto il tempo, dunque, per fare bene i conti, non solo ‘tecnici’ ma sociali e politici. E risultano spuntate le armi di quegli esponenti della destra che di nuovo ieri, da Forza Italia e soci, hanno tentato di proseguire la loro guerra sulle pensioni – in realtà contro Prodi ‘destabilizzato dalla sinistra radicale’ – usando il supposto «pressing» Ue sulla attuazione della «Riforma previdenziale» del precedente governo, che porta il nome dell’ex ministro leghista Maroni.
Come già altre volte, il ricorso all’Europa – certo non un faro in fatto di ‘modello sociale’ – viene usato a puri fini ‘interni’. Dopo le parole di Almunia, la vicenda ricade tutta sulle scelte italiane.
Roberto Maroni è stato l’unico ieri a scansare il fumo parlando di crudi numeri: con il suo «scalone», che prevede dall’anno prossimo il brusco innalzamento dell’età per la pensione da lavoro da 57 a 60 anni, «si risprmiano 9 miliardi», perciò «ogni anno che si fa passare sotto i 60 anni equivale a un costo di 3 miliardi, e questo governo deve dire dove li prende questi soldi, senza ricorrere alll’ipotetico rientro dell’evasione fiscale».
La provocazione è rivolta al ministro della Solidarietà sociale Ferrero, che per Rifondazione insiste che «le risorse si possono trovare», per cancellare lo «scalone», e ieri per i Verdi ha insistito sul punto anche il sottosegretario all’Economia Paolo Cento. Ma anche Cgil, Cisl, Uil, superato il silenzio post-cena domenicale con il governo si sono fatte sentire.
Guglielmo Epifani, infastidito per le «ipotesi campate in aria» che compaiono sui media (e il ministro ds Damiano sul punto gli dà subito ragione» invita ad aspettare la discussione al «tavolo» fra il governo – a cui chiede di presentarsi con una «proposta unitaria», così come faranno i sindacati che stanno ultimando la propria «piattaforma». Ma è opinabile il giudizio del segretario della Cgil che «discuterne sui giornali» sia «un modo sbagliato per affrontare problemi seri»: quei «problemi» riguardano milioni di italiani e duque è buona cosa discuterne dovunque. Quanto ai leader della Cisl Bonanni e Angeletti, tengono fermi i «57 anni» per le pensioni da lavoro, tranne l’opinione comune sindacale che si possano allungare solo con «incentivi a una scelta volontaria» e rifiutano la possibilità di «adeguare i coefficienti» alle «aspettative di vita»: in concreto abbassare le pensioni per giovani e donne.