Ucraina: il retroscena geopolitico della crisi

Centro di Studi Europei di Cuba

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febbraio 2005

L’articolo è apparso in “Cuba socialista”, rivista teorica e politica edita dal comitato centrale del Partito Comunista di Cuba. Dal testo sono state eliminate le note.

La crisi politica che ha attraversato questo paese nei giorni conclusivi dell’anno passato – la più grave in Europa dal collasso del socialismo nei paesi dell’est e la seguente disintegrazione dell’URSS, date le sue implicazioni – è stata presentata come il frutto dello scontro tra le forze “riformiste”, filo-occidentali, e quelle opposte alla democratizzazione del paese, definite come pro-russe.

In tal modo, si è diffuso negli strumenti di stampa occidentali il luogo comune della cosiddetta “rivoluzione arancione”, che sarebbe stata animata dalle masse popolari ucraine e guidata da figure come Viktor Juschenko, che in seguito è risultato eletto presidente, e Julija Timoschenko, designata ora primo ministro. Questi personaggi, a cui viene affiancato l’attuale presidente georgiano Mikhail Saakashvili, sono definiti con un eufemismo come l’espressione dei “nuovi rivoluzionari dell’Est”.

Nel caso dell’Ucraina, sebbene debba essere riconosciuta la presenza dell’elemento nazionalista nei processi politici che si sono dispiegati nel paese a partire dalla dichiarazione d’indipendenza del 1991, – a causa in particolare dell’esistenza di una numerosa minoranza nazionale di origine russa, gli stretti legami tra questo paese e la Russia, ed anche la presenza di una significativa minoranza di origine polacca – gli scontri tra i diversi gruppi economici emersi nel processo di transizione al capitalismo sono stati il fattore essenziale che si è presentato nella crisi citata.

Inoltre, e forse di molto maggior peso secondo chi scrive, il fattore geopolitico ha svolto un ruolo determinante nell’evoluzione degli avvenimenti, intendendo per tale la situazione geostrategica dell’Ucraina e il suo significato sia per la Russia che per i paesi occidentali, specialmente per gli Stati Uniti.

L’Ucraina è considerata, in virtù della sua posizione privilegiata nel Mar Nero, che la unisce al sud-est del continente, ai Balcani e al Caucaso, come anche alla Turchia, “un ponte tra Mosca e l’Occidente”, una specie di “perno tra l’UE e la Russia”, che negli ultimi tempi ha svolto il ruolo “di zona neutrale tra la Russia e la NATO, riducendo gli effetti perturbanti sulla Russia derivanti dall’espansione dell’alleanza verso Est”.

E’ stato questo fattore, in linea di massima, a determinare le linee di fondo della crisi menzionata, come pure i suoi sbocchi concreti, che per gli analisti “impatteranno direttamente, e per molti anni, su quello che viene definito l’equilibrio di potere globale tra gli USA, l’Unione Europea e la Federazione Russa”.

Gli elementi seguenti portano argomentazioni alla tesi del decisivo ruolo che è stato esercitato da ciò che può definirsi come un nuovo episodio della cospirazione geopolitica contro la Russia, che in questo caso è stata manipolata e presentata all’opinione pubblica internazionale come “la lotta per la democrazia del popolo ucraino”.

Nel processo che si è scatenato dopo il primo giro della campagna presidenziale, sono apparse istituzioni nordamericane che avevano anche agito in precedenza in America Latina: il National Endowment for Democracy (che, tra le altre attività, opera da tempo e permanentemente contro Cuba e che ha partecipato in modo significativo allo sventato colpo di Stato contro il presidente Chavez in Venezuela), l’International Republican Institute (organismo ufficiale del Partito Repubblicano degli Stati Uniti), l’International Democratic Institute (organismo simile dei democratici) e l’Open Society Institute diretta dal multimilionario nordamericano di origine ungherese George Soros.

All’attività di queste organizzazioni si aggiungono fondazioni ugualmente note come, rispettivamente, la Konrad Adenauer dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) della Germania e la Friedrich Ebert dei socialdemocratici tedeschi, come pure la lobby polacca negli USA, a cui si aggiungono altre lobbies europee, che insieme hanno profuso sforzi per mobilitare il reazionario nazionalismo culturale cattolico ucraino e i giovani delle città contro “Janukovich, i nazionalisti economici e la Russia”, identificati come rappresentanti di “un sistema immorale che domina politicamente”, a cui si opponeva “una forza democratica moralizzatrice”.

La presenza di queste organizzazioni è stata anche accompagnata da abbondanti apporti finanziari che hanno facilitato l’attività di mobilitazione dei “sostenitori della democrazia”, e che hanno reso possibile il pagamento di salari ai capi dei gruppi giovanili, il pagamento per giorni dei manifestanti stessi, cucine da campo con pasti caldi, il dispiegamento di circa 1.200 tende di 200 dollari ognuna nei luoghi di concentramento nella capitale del paese, immensi schermi di proiezione LCD, abbigliamento in abbondanza e scarpe invernali; il tutto distribuito gratuitamente ai manifestanti, cosa che, secondo il periodico britannico The Guardian, è costata circa 15 milioni di dollari al giorno.

Quanto sopra spiega come la cosiddetta opposizione in Ucraina, riversatasi nelle strade con una componente prevalentemente giovanile, sia stata in realtà un progetto ben preparato e finanziato dall’estero, consistente nel trarre profitto dal malcontento di una parte dell’elettorato ucraino di fronte alle conseguenze della transizione al capitalismo, mediante la promozione della violenza, dell’anarchia e degli attacchi alle istituzioni del potere.

Proprio in funzione di principale forza d’urto dell’azione “di opposizione” hanno operato gli studenti, nello stesso modo con cui in precedenza si era manifestato in Jugoslavia, Georgia e Belarus. Si distinguono solamente i nomi delle organizzazioni giovanili: in Jugoslavia si trattava del movimento “Otpor” (Resistenza); in Georgia, “Kmara”; in Bielorussia “Zubr”, e in Ucraina, “Pora” (“E’ il momento”). Per gli specialisti, “Tutti li unisce il denaro occidentale speso per crearli. Gli stessi istruttori hanno insegnato a questi giovani come manipolare la folla, assaltare edifici e alzare barricate”.

Le attività sviluppate dall’opposizione ucraina sono state sviluppate con cura dei particolari da gruppi di esperti in tecnologie politiche, consiglieri e diplomatici statunitensi spalleggiati da partiti e organizzazioni sociali locali, che contavano sull’assistenza di personaggi come Richard Miles, già ambasciatore USA a Belgrado e poi a Tbilisi, e l’ambasciatore USA in Bielorussia, Michael Kozak, reduce da analoghe operazioni perfezionate in America Latina, lo stesso che aveva organizzato – senza successo – la campagna tesa ad impedire o far fallire il referendum che in Bielorussia si è svolto per dare la possibilità a Lukashenko di prorogare il mandato presidenziale.

Sebbene il partito di Viktor Juschenko “Nostra Ucraina” (con una profonda vocazione antisemita e coinvolto in scandali giornalistici su questo tema) appaia come il principale sostenitore della “opposizione democratica”, in realtà il supporto fondamentale di questo movimento lo ha assicurato un’ampia rete di “organizzazioni non governative”, che rispondevano genericamente alla citata “Pora”, formata per la maggior parte da studenti addestrati dall’organizzazione similare serba “Otpor” (organizzatrice nell’anno 2000 delle manifestazioni anti-Milosevic a Belgrado), che ha anche addestrato “Khmara” per il colpo di Stato in Georgia del novembre 2003.

Le origini di “Pora” vanno ricercate nell’organizzazione non governativa “Freedom of Choice Coalition” (FCC), vero cervello degli sforzi di “democratizzazione” in Ucraina, che all’inizio aveva tentato di organizzarsi in reti di “volontari” (reclutati tra gli studenti) con l’obiettivo di informare i cittadini ucraini sul loro diritto al voto.

La FCC fu fondata nel 1999, con l’intento di raggruppare più di 300 “organizzazioni non governative”. Secondo fonti proprie, è sovvenzionata dalle seguenti istituzioni: le ambasciate di Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e Canada; il “National Democratic Institute”, diretto dall’ex Segretaria di Stato Madeleine Albright; la “International Renaissance Foundation” (IRF), filiale ucraina di “Open Society Institute”, patrocinata e finanziata dal già citato George Soros; “Eurasia Foundation”, pure finanziata da questo personaggio e dal Governo degli Stati Uniti d’America; la Banca Mondiale; l’OSCE; la “US Agency for International Development”; e la “Freedom House”, diretta dall’ex direttore della CIA, James Woolsey.

La finalità di tali sforzi, che si inseriscono nei piani nordamericani di crescente presenza politica e militare in Asia Centrale e nel Caucaso, è quella di impedire un eventuale ristabilimento di un asse Mosca-Kiev – tendenza che era affiorata negli ultimi mesi – che avrebbe costituito la premessa essenziale alla ricostruzione politica, economica e militare di un nucleo di potere nella parte orientale d’Europa, in condizione di frenare, o almeno limitare, le aspirazioni degli USA e dell’UE al controllo delle importanti riserve di petrolio e di gas esistenti in entrambe le regioni.

A dire il vero, c’era da aspettarsi l’azione di tali forze e la loro responsabilità nella crisi scatenata. Già fin dal Vertice della NATO a Istanbul del giugno dello scorso anno, il Segretario Generale della stessa organizzazione aveva avvertito le autorità dell’Ucraina, rilevando che “l’Ucraina è vista come esportatrice di stabilità e sicurezza nel mondo”, ragion per cui queste elezioni presidenziali dovrebbero essere “una possibilità perché il paese mostri la propria fedeltà ai valori dell’Organizzazione”.

L’Ucraina è percepita come un tassello decisivo nell’azione di contenimento della Russia nel contesto di quella che è stata definita come la “nuova geopolitica”, in cui, dopo l’aggressione perpetrata da Washington contro l’Iraq, il nuovo asse centrale della competizione mondiale è costituito dall’area sud e centrale dell’Eurasia.

A ciò ha fatto riferimento Zbigniew Brzezinski – guarda caso ha come amico personale e discepolo Adrian Korotnicki, principale organizzatore del movimento giovanile ucraino “Pora” – che ha usato cinicamente un tono enfatico nel sostenere insistentemente la convenienza, per gli interessi di Washington, di separare l’Ucraina dalla Russia: “L’Ucraina (una nuova e importante pedina nella scacchiera dello spazio euro-asiatico) è uno Stato col ruolo di perno geopolitico dovuto al fatto che, per la sua stessa esistenza, ci aiuta a trasformare le fondamenta della Russia. Senza l’Ucraina, la Russia rinuncerebbe ad essere un impero euro-asiatico. Senza l’Ucraina, la Russia rappresenterebbe solo un impero prevalentemente asiatico, che può smembrarsi nei conflitti interni dell’Asia Centrale islamica, con l’aiuto degli altri Stati islamici del Sud”.

E puntualizzando le fasi da lui considerate obiettivo prioritario della politica nordamericana verso l’Ucraina, rilevava: “Ma la più importante (delle repubbliche ex sovietiche, FBI) è l’Ucraina. Nella misura in cui l’Unione Europea e la NATO si estendano, l’Ucraina sarà l’ultima nella situazione di scegliere se desidera unirsi ad esse, quando la propria trasformazione interna corrisponderà alle esigenze di adesione a queste organizzazioni globalizzanti. Non è troppo presto perchè l’Occidente – mentre estende le relazioni economiche e di sicurezza con Kiev – cominci ad indicare il decennio 2005-2015 come l’intervallo ragionevole per iniziare l’inclusione progressiva dell’Ucraina, riducendo in tal modo il rischio che gli ucraini temano che l’estensione Europea venga limitata alla frontiera polacco-ucraina”.

La crisi in questo paese centroeuropeo ha avuto una soluzione in armonia con gli obiettivi di Washington e della UE e a chiaro detrimento degli interessi di Mosca, che aveva scommesso su Janukovich. In tal senso, bisogna convenire che gli Stati Uniti hanno realizzato un importante passo in avanti nella loro strategia per ottenere un’influenza significativa nei paesi dello spazio post-sovietico.

Traduzione di Mauro Gemma