Uccise un ferito, marine assolto

Il soldato americano era stato ripreso da una telecamera della Nbc mentre ammazzava un iracheno disarmato in una moschea di Falluja. Ma per i militari Usa non può essere processato: agì secondo le regole d’ingaggio, per difendersi

Innocente, o meglio né innocente né colpevole: il marine che nel novembre scorso, durante la «presa» di Falluja, vide un iracheno ferito e disteso per terra e lo ammazzò senza esitazione non deve essere processato. E la ragione è che siccome agì in modo «abbastanza coerente con le regole d’ingaggio stabilite e con la legge sui conflitti armati», non si vede che bisogno ci sia di processarlo. Dopo cinque mesi di indagine è questa la conclusione cui è arrivato il generale Richard Natonski, il comandante della prima divisione dei marines di stanza a Pendleton, vicino a San Diego in California. La meccanica di quell’ammazzamento la conoscono tutti perché quel giorno, embedded con i marines, c’era un cameraman della Nbc, Kevin Sites, che riprese tutta la scena e il cui filmato fece poi il giro del mondo indignando tutti. I marines stavano ritornando in una moschea che era già stata «liberata» il giorno prima ma che poi – avevano detto i servizi di intelligence – era stata ripresa dagli insurgent. Il mai nominato caporale era come al solito titubante, impaurito e provatissimo come tutti i suoi commilitoni dalle battaglie casa per casa compiute nei due giorni precedenti. L’iracheno giace a terra, immobile ma vivo. Il caporale lo guarda, gli rivolge qualche parolaccia e poi, gridando che secondo lui quello «sta facendo finta», prende il suo mitra M-16 e lo fredda. Dall’inchiesta è risultato che la scena ripresa da Sites era parziale, nel senso che gli iracheni uccisi dal caporale in quella circostanza furono in realtà tre, come ha accertato l’autopsia sui loro corpi, risultati tutti crivellati dalle pallottole partite dal suo M-16. Ma quello che conta è che in tutti e tre i casi il caporale agì «in propria difesa». Del resto, le tanto discusse «regole d’ingaggio» in quel caso erano state chiarissime. L’8 novembre, cioè alla vigilia dell’attacco, i comandanti delle compagnie impegnate nell’impresa spiegarono ai loro sottoposti che le regole avrebbero ammesso «l’uso di forza letale contro uomini in età militare che si ritiene abbiano intenzioni ostili, anche se non sparano». Il caporale dunque ha eseguito le istruzioni alla lettera. Quell’uomo a terra infatti non stava sparando, le sue «intenzioni» non erano chiare, ma sul fatto che nel suo cuore albergasse una certa «ostilità» è difficile avere dubbi. E poi, anche se dall’indagine non è risultato che quell’uomo stesse nascondendo un’arma (come a quanto pare il caporale ha sostenuto) e anche se dal video che tutti hanno visto non si nota nessun movimento minaccioso da parte sua, fra i soldati americani è «convinzione comune» che i nemici «fingono di essere morti». Dal che sorge la domanda: quanti finti morti – in base a questa filosofia – saranno stati automaticamente trasformati in morti veri?

Questa vicenda del caporale «non processabile» si iscrive naturalmente in quella che ormai sembra la regola base di questa guerra, e cioè che nessun americano – dal presidente che dice bugie all’intelligence che dice ciò che lui vuole sentirsi dire, dall’ex segretario di Stato Colin Powell che va all’Onu e si produce in quella specie di elogio della menzogna in diretta mondiale al consigliere legale del presidente che teorizza che della Convenzione di Ginevra chi se ne importa, dal segretario della Difesa che ammette qualche «inaspimento» negli interrogatori ai piccoli soldatini che si divertono a torturare, fino ad arrivare a quelli che sparano sulle Toyota e quelli che «uccidono un uomo morto» – può mai essere considerato colpevole. Al massimo si può buttare a mare qualche «mela marcia», come è riuscito con alcuni piccolissimi pesci di Abu Ghraib e come invece non ha funzionato con l’incredibile Lynndie England, quella «del guinzaglio», nel cui caso sono riusciti a fare un tale pasticcio (lieve pena patteggiata in cambio della dichiaraziopone di colpevolezza, dichiarazione medesima poi contraddetta di fronte al giudice) tanto che proprio lui, il giudice, a un certo punto si arrabbia e sbatte fuori tutti.

Proprio ieri, comunque, è uscita fuori un altra storia molto edificante, e chissà che questa volta qualche colpevole esca fuori. In pratica ci sono circa cento milioni di dollari che non si trovano. Venivano, da quanto se ne sa, dai forzieri di Saddam Hussein e dalle vendite del petrolio iracheno. Sono invece finite in qualche altra tasca e l’ispettore generale per la «ricostruzione dell’Iraq», Stuart Bowen, sta conducendo la sua brava inchiesta. Qui non ci sono in ballo i soldati da glorificare come eroi nel timore che si stufino. Quelli che hanno rubato sono soltanto dei ladri. Ma chissà se un’ammissione del genere può rientrare nel «tutto va bene» che George Bush ripete un giorno sì e l’altro pure.