Tutti a Roma con le bandiere arcobaleno

Se c’è un momento adatto per rispolverare le vecchie bandiere arcobaleno, è quello che viviamo. Non tanto perché c’è una ricorrenza importante e terribile – tre anni fa iniziava una delle guerre più devastanti, per l’Iraq, il Medioriente e per l’Occidente in fuga dalla sua cultura e dai suoi modelli sociali – quanto per quel che oggi sta succedendo nel mondo. L’escalation di morte tra il Tigre e l’Eufrate è sotto i nostri occhi, così come la precipitazione della situazione palestinese. La guerra domina le cronache e moltiplica le sue stragi ai danni, come sempre, delle popolazioni civili. C’è una ragione in più, dunque, per riportare nella politica e nella società civile parole e pratiche di pace e per questo domani a Roma, come in tutte le principali città del mondo, dall’Europa all’Asia, dagli Usa all’America latina, si manifesterà contro la guerra. Con un incontro internazionale a Palazzo Valentini dei soldati contro la guerra provenienti da Usa, Inghilterra, Russia, Palestina, Israele, Turchia oltre che dall’Italia; con un grande corteo che partirà alle 14,30 da piazza Esedra per concludersi in piazza Navona con gli interventi di rappresentanti pacificisti di mezzo mondo e di Giuliana Sgrena; con un concerto all’Eliseo fatto dalle ragazze e dai ragazzi palestinesi dei campi profughi.

Era già stato tutto annunciato, anche sulle pagine di questo giornale. Eppure la conferma di tutti gli appuntamenti, a partire dalla manifestazione, è una notizia, nel senso che è il prodotto dell’autonomia del movimento pacifista da ingerenze di ogni sorta, politiche, istituzionali, amministrative. Soprattutto, è stata sconfitta l’idea che ha molti seguaci nelle forze politiche del centrosinistra, secondo cui fino al giorno dell’elezione bisogna restare fermi, magari anche zitti per non «prestare il fianco alle provocazioni». C’è chi la chiama «sindrome milanese», chi peggio. La politica, però, non si fa solo nei faccia a faccia televisivi, nessuno può chiedere silenzi e deleghe in bianco. O rinvii a parlare di pace all’11 aprile.

Lo schieramento che promuove gli appuntamenti è quello di sempre, cioè l’anima del pacifismo italiano. Forze sociali come l’Arci, sindacali come la Fiom e il sindacalismo di base, forze politiche come Prc, Pdci e Verdi, organizzazioni cattoliche come Beati i costruttori di pace, Pax Christi, e tanti altri. C’è Libera e c’è Emergency, Un ponte per, La Rete Lilliput, l’associazionismo di base, il mondo del volontariato. La Cgil con un comunicato annuncia la sua adesione alla giornata di mobilitazione pacifista ma precisa che parteciperà soltanto all’appuntamento del mattino e a quello del tardo pomeriggio in teatro, non al corteo. I Ds avevano già fatto sapere che non si poteva contare su di loro perché nell’appello che promuove le iniziative non si parla esplicitamente di terrorismo: non hanno letto bene al Botteghino, sennò si sarebbero accorti che il testo è un trattato di non violenza in cui si denunciano le stragi di civili e gli imbarbarimenti dei conflitti, in cui si lancia un appello al disarmo e al dialogo.

I promotori dell’appello sono espliciti: in piazza contro la guerra «a mani nude e a volto scoperto». Che nessuno confonda, si spiega nel testo, questo movimento di pace con «la posizione di gruppi estranei alle dinamiche unitarie». C’è chi pesca nel torbido, dimenticando volutamente che il gruppo promotore è quello che ha portato in piazza senza alcun incidente milioni di persone, dopo Genova, a Firenze, con la grande manifestazione per «liberare Giuliana Sgrena». In quelle circostanze c’erano anche gli altri sindacati e gli altri partiti della sinistra, ma non c’erano le elezioni. Sarebbe forse stato meglio, si chiedono i promotori, lasciare la piazza nelle mani della disperazione, invece che riappropriarsene con senso di responsabilità?