«Tutti a casa», i generali Usa contro Bush

Molti sono per un ritiro dall’Iraq ma il Presidente insiste: «Resteremo finché sarà necessario»*

NEW YORK
Si intitola «Exit Strategy», strategia d’uscita, l’articolo con cui il Wall Street Journal ha riaperto ieri in prima pagina il dibattito sul ritiro dall’Iraq. «Il presidente Bush – comincia il pezzo – teme che richiamare troppo in fretta le truppe americane incoraggi gli insorti. Un crescente numero di comandanti militari e leader
Alti ufficiali credono che la presenza dell’Ùs Army sia più uno stimolo che non un deterrente per i ribelli politici civili sta dando voce alla preoccupazione opposta: essi temono che in realtà l’ampia presenza dei soldati Usa stia aiutando a nutrire l’insurrezione e stia frenando la crescita politica del paese». Il Journal è una fonte al .di sopra di ogni sospetto, perché ha sempre appoggiato la guerra. Eppure l’articolo di ieri ricalca argomenti usati anche dalla «Peace Mom» Cindy Sheehan, per chiedere il ritiro: «In Iraq c’è già il caos: La presenza americana non lo frena, lo alimenta».
Ieri gli insorti hanno colpito ancora ad Hilla, uccidendo almeno 25 persone nell’attentato contro una moschea sciita. Il Penta-

gono ha lanciato tre offensive contemporanee, «Iron Fist», «River Gate» e «Mountaineers», per migliorare le condizioni di sicurezza in vista del referendum del 15 ottobre sulla nuova costituzione. Decine di insorti sono stati uccisi, ma almeno cinque soldati americani hanno perso la Vita, avvicinando la soglia delle 2.000 vittime Usa proprio mentre i sondaggi danno in calo l’appoggio alla guerra.
Bush ieri ha riunito alla Casa Bianca gli architetti del conflitto, dal segretario alla Difesa Rumsfeld al nuovo capo degli Stati Maggiori Riuniti Pace, per fare il punto sulla situazione. Quando è uscito, ha parlato così: «Siamo all’offensiva contro gli insorti e i terroristi. Sappiamo che intendono deragliare il processo costituzionale e fermare il progresso della democrazia. Parte del modo in cui il Pentagono vuole affrontare il problema è stare all’offensiva». Quindi ha aggiunto: «Le nostre truppe rimarranno tutto il tempo necessario. Addestreremo i soldati iracheni, e quando diventeranno più capaci di difendersi, saremo in grado di riportare a casa i nostri militari». Il presidente, dunque, resta determinato a completare la missione, ma il giudizio sul livello di preparazione dei reparti iracheni e sulle condizioni della sicurezza gli lascia un certo spazio di manovra.
Secondo il Journal, fin dal principio molti militari condividevano le opinioni del capo di

Stato Maggiore dell’esercito Shin-seki, e quelle di uno studio realizzato dalla Rand, secondo cui per stabilizzare l’Iraq seguendo la strategia impiegata nel Kosovo sarebbero serviti 512.000 soldati. Rumsfeld e il suo vice Wolfowitz avevano giudicato «completamente sbagliate» queste stime : i loro piani originali prevedevano di ridurre le truppe subito dopo la caduta di Saddam, facendo scendere il numero fra 30.000 e 50.000 entro la fine del 2003.

L’insurrezione ha cambiato le cose e ora sul terreno ci sono 138.000 soldati americani, che saliranno a 144.000 per il referendum di ottobre e le successive elezioni di dicembre. Secondo il Journal, però, parlando la settimana scorsa al Congresso i generali Abizaid e Casey, comandanti della missione in Iraq, hanno detto che la presenza americana «alimenta l’idea dell’ occupazione» e dovrebbe essere «gradualmente ridotta». Il rientro potrebbe iniziare a primavera, se il voto di dicembre andrà bene, ma al momento c’è un solo battaglione iracheno davvero operativo.
Sul piano politico, Bush ha tutto l’interesse a cominciare il ritiro prima delle elezioni parlamentari Usa del novembre 2006. Sul piano militare, però, vive un dilemma: diminuire i soldati americani toglierà motivazioni alla guerriglia, oppure spingerà l’Iraq alla disintegrazione?