Tutte le ferite dell’Africa

Sono sempre più numerose le voci che suggeriscono come drastica ricetta per i mali dell’Africa il semplice smantellamento delle sovrastrutture statali e pubbliche. Via aiuti dall’esterno, residui di dirigismo e tutto ciò che non è mercato. Non sono provocazioni alla moda. E’ dai tempi di Seattle che l’Economist accusa i critici della globalizzazione di essere i peggiori nemici del Sud del mondo perché le restrizioni alla libertà di investimento e profitto finirebbero per ostacolare quello sviluppo generalizzato di cui anche l’Africa dovrebbe avvantaggiarsi.
Le teorie sui rimedi alla «crisi africana» hanno fatto segnare anche in passato un andamento ciclico. Dopo le denunce degli errori delle politiche protettive, rivolte verso l’interno – l’araldo fu il Rapporto Berg del 1981 – si arrivò, anche per i mancati successi delle formule di aggiustamento promosse da Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, a riconoscere che in Africa ci sono ostacoli naturali come l’ambiente, la bassa produttività del suolo e la demografia (scarsità di popolazione più che sovrabbondanza, in verità), che rendono irrealistica la ripetizione del «miracolo» dell’Est Asia a sud del Sahara. I danni derivanti dalle scelte di governi troppo preoccupati di non toccare i privilegi dei propri clienti, i gruppi sociali e di potere che costituiscono la base del loro pur asfittico consenso, la pubblica amministrazione, i militari e gli abitanti delle città in genere, il tutto a scapito della giusta remunerazione dei contadini, su cui grava gran parte dell’attività economica, sono fuori discussione. Così come è difficile contestare l’estrema vulnerabilità dell’Africa all’andamento volatile e strumentale dei flussi finanziari che vengono dalle ex-metropoli, dai donatori e dal mondo sviluppato. Con l’approdo del Social Forum mondiale a Bamako, la capitale del Mali, uno dei paesi della fascia sahelo-sudanese sempre sotto l’incubo di siccità e carestie, l’Africa viene investita in pieno dalle tematiche della globalizzazione. C’è da sperare che relazioni e dibattito tengano conto delle specificità dell’ambiente in Africa, della sua antropologia e della sua cultura. Per i problemi dell’Africa il «folclorismo» di queste mobilitazioni, soprattutto nella caricatura che dei no-global dà la stampa internazionale, sarebbe fuori luogo. Le sfide o controsfide di una modernizzazione che pretenderebbe di imporre anche all’Africa un’evoluzione unilineare, a imitazione di un Occidente visto come sola «salvezza», evidenziano tutte le implicazioni della contraddizione perdurante fra il «progresso» trapiantato dal colonialismo e dal capitalismo e la resistenza di ciò che per brevità si chiama «tradizione». Uno dei temi proposti a Bamako mette sotto accusa l’alleanza fra il sistema patriarcale e il neo-liberismo, con un occhio soprattutto allo status delle donne. Il bersaglio ha certo una sua validità. Ma per molti aspetti il «regno dell’indigeno» è una valvola di sicurezza per un’Africa alla mercé del «regno dell’importato». Non per niente un altro tema del Forum parla delle «aggressioni contro il mondo rurale», elencando fra le minacce da sventare il deprezzamento delle conoscenze dei contadini, l’attacco all’agricoltura tradizionale e ai sistemi rurali propri della campagna in Africa, la diffusione della proprietà privata. La distruzione dell’ecosistema e della diversità biologica accomuna l’Africa ad altre regioni geopolitiche.

Ma in Africa il degrado si manifesta anche attraverso la dislocazione di sistemi produttivi che fanno violenza ad una continuità che, senza avere le forme virulente dell’identarismo esibito da culture più assertive di quella nero-africana, è pur sempre un’autodifesa da cui l’Africa non può prescindere. E’ lo stesso contesto in cui opera l’economia informale, che compensa i dati terrorizzanti della produzione e del consumo espressi in dollari. Su un punto, del resto, tutte le analisi concordano: si tratti di arretratezza o di sviluppo, le disparità fra stato e stato, a vantaggio dei più forti, e il divario fra ricchi e poveri aumentano inesorabilmente. Se gli aedi del liberalismo ad oltranza vogliono richiamare l’Africa, classi dirigenti in testa, ai propri doveri, arrivano tardi. L’Africa per prima ha chiesto di sostituire le più obsolete politiche di aiuto con forme di compartecipazione. Gli unici interventi ad essere praticamente ancora sollecitati riguardano la cancellazione del debito e la riparazione dei danni provocati dagli abusi di cui l’Africa ha sofferto, dalla tratta degli schiavi in poi.

E’ stato Gheddafi che negli anni scorsi, fra la sorpresa e la diffidenza generali, ha trascinato l’Africa attraverso una ristrutturazione delle istituzioni continentali che responsabilizza i suoi governi e implicitamente le sue popolazioni su quelli che sono i «cavalli di battaglia» della propaganda globalizzata come i diritti umani e la risoluzione dei conflitti. Nel 2005 l’aiuto è stato rilanciato, sul piano delle enunciazioni, dalla Commissione per l’Africa con cui Blair ha preparato il suo G8. Naturalmente, l’Africa sarebbe comunque impotente se qualcuno lassù pensasse di coinvolgerla nello scontro fra civiltà, proprio l’opposto del significato autentico della stessa negritudine, esportando la guerra, la militarizzazione e l’accaparramento delle risorse in funzione di un «ordine» che obiettivamente non ha bisogno dell’Africa e che dell’Africa infatti per lo più si dimentica.