Turchia: tracce di gas nervini sui corpi delle detenute “suicide”

All’indomani della morte per fame della 22enne Zehra Kulaksiz, spirata il 30 giugno a Istanbul tre mesi dopo la sorella Canan, il quotidiano Radikal rivela che il governo Ecevit aveva mentito. Lo gridavano ieri a Strasburgo i dimostranti davanti al Parlamento europeo: l’autopsia denuncia tracce di gas nervini, toluene, xylene e metanolo sui corpi di cinque detenute ufficialmente suicide nel carcere di Bayrampasa. Il rapporto conferma le testimonianze dell’ex detenuta Ebru Dincer e dell’ex secondina Yildiz Ercan, oggi esule: una micidiale miscela combustibile fu usata dai militari per una strage di Stato, che ai trenta morti nell’assalto del 19 dicembre ha poi aggiunto altri ventisei fra detenuti e parenti in sciopero della fame.
Per aver criticato il ministro della giustizia Sami Turk (che imperterrito propone un’ottava prigione a Istanbul) il quotidiano era già stato chiuso per sei giorni, e il suo redattore Nese Duzel rischia fino a sei anni di galera per un’inchiesta sulla persecuzione dei musulmani alawiti. I tribunali speciali sono in piena attività: secondo Mazlum-Der e il Consiglio della stampa, nel primo semestre di quest’anno sono stati chiesti 1.151 anni di carcere in 161 processi per opinioni dette o scritte. Il 28 giugno si sono aperti a Istanbul quelli a carico di sedici intellettuali, firmatari dell’antologia “Libertà di pensiero 2000”, e di diciannove donne imputate di “separatismo” per aver detto che sono kurde la maggior parte delle vittime di stupri e torture sessuali.
Intanto un gruppo di “Madri della pace” sono state sequestrate dalla polizia ad Urfa insieme alle colombe che volevano liberare a Omerli, villaggio natale di Ocalan. La loro presidente Muyesser Gunes, informata dell’uccisione del secondo figlio al ritorno da un giro d’incontri in Italia, ha ottenuto di esumarne il cadavere dalla fossa comune in cui era stato gettato con venti compagni massacrati il 22 maggio sui monti di Bingol, per seppellirlo di notte, scortata dai soldati. Il marito non c’era: incarcerato perché padre di un “terrorista”.
Altri tre guerriglieri sono stati uccisi presso Diyarbakir, e torna lo spettro della guerra sulle province kurde, per quattro delle quali il parlamento ha prorogato lo stato d’emergenza. Mustafa Karasu, dirigente del Pkk, ha chiesto ai giovani di tornare in montagna, mentre Osman Ocalan, fratello di Abdullah, da Medya Tv ha dato alla Turchia “tre o quattro mesi per scegliere fra pace e guerra”.
Proprio dal primo settembre la competenza per le province kurde passerà dall’esercito alla Gendarmeria, protagonista della repressione. Per indagare sulla sparizione di due dirigenti del partito Hadep in una caserma dei Jandarma, il 22 luglio una delegazione internazionale si recherà a Silopi, Sirnak e Cizre, il triangolo controllato dalla Gendarmeria.
L’abolizione dello stato d’emergenza, ma anche della pena di morte, della tortura, delle leggi antiterrorismo e dell’isolamento carcerario, è stata chiesta una settimana fa dai parlamentari del Consiglio d’Europa, che hanno respinto la richiesta turca di abolire il “monitoraggio” istituito nel ’97. Pochi giorni dopo la Commissione europea contro la discriminazione ha messo sotto accusa l’articolo 312, che persegue come “istigazione all’odio” ogni rivendicazione di diversità.
L’Europa è “preoccupata” anche per lo scioglimento del partito islamico, terza forza parlamentare con il 15% dei voti e 120 deputati. Fmi e Banca mondiale, alla luce della confusa situazione politica, hanno rinviato finanziamenti per oltre tre miliardi di dollari, provocando un crollo in borsa del 3% e un’impennata dell’inflazione, già al 50%. In questa situazione il presidente Demirel ipotizzava ieri elezioni anticipate che potrebbero dare la vittoria ai Lupi grigi del Mhp (secondo partito con 127 deputati), ammonendo che “la democrazia non è la libertà totale, dobbiamo difenderci”.
I nodi vengono dunque al pettine, e ottantamila kurdi sfidano la repressione dichiarando in Europa e in Turchia “sono kurdo, parlo la mia lingua, sostengo il Pkk”. In Italia lo faranno davanti a palazzo Chigi il 12 luglio, come già a Londra, Berlino e Parigi, mentre a Strasburgo pochi giorni fa il ritratto di Ocalan apriva la Marcia mondiale per l’abolizione della pena di morte, portato da Angela Davis insieme a quello di Mumia Abu Jamal.