Tunisia ed Egitto: l’aggravarsi della crisi dell’imperialismo americano e del neo-liberismo

*Segretario Generale del Partito Comunista del Sudafrica (SACP)

Traduzione di Francesco Maringiò per l’Ernesto online

In una rubrica di George Galloway sul britannico “Morning Star” – il quotidiano del Partito Comunista della Gran Bretagna, nostro partito fratello – analizzando gli sviluppi di Tunisia ed Egitto, si fa riferimento alle appropriate considerazioni di Lenin sulle fasi rivoluzionarie:

“Ci sono decenni in cui non accade nulla, e settimane dense come decenni”.

Questa affermazione coglie un certo numero di caratteristiche del capitalismo e le sue molteplici crisi attuali. In primo luogo, un momento di calma politica (o addirittura la crescita accelerata ed il consolidamento del capitalismo) può effettivamente essere il preludio di brusche esplosioni rivoluzionarie che in un breve lasso di tempo possono cambiare radicalmente la storia di un paese o il mondo nel suo complesso. In secondo luogo, gli sviluppi politici in Tunisia ed Egitto possono essere visti come l’espressione di una fase di profonda crisi del capitalismo contemporaneo e della sua ideologia neo-liberale, il cui risultato contraddistingue un significativo cambiamento non solo per i popoli del Nord Africa e il mondo arabo, ma la cui valenza è globale.

Anche se non dobbiamo perdere di vista la specificità della politica economica della Tunisia o dell’Egitto o di quella parte del mondo arabo, questi sviluppi non devono essere separati dalla contemporanea crisi globale del capitalismo. Inoltre, i recenti sviluppi in questi due paesi, hanno potenzialmente conseguenze politiche significative per il Medio Oriente ed il continente africano.

Su scala globale, le sollevazioni di massa e la rimozione di Ben Ali e Mubarak, rispettivamente in Tunisia ed Egitto, rimarcano una rottura (dal punto di vista ideologico) molto netta dal precedente paradigma, consolidato durante l’era di George W. Bush negli Stati Uniti, e cioè che la democrazia debba essere portata dall’esterno, dalle “benevole” forze imperialiste, al resto del mondo. Il paradigma in crisi è quello inaugurato con l’invasione e lo smembramento dell’ex Jugoslavia, l’invasione della Somalia e l’illegale invasione ed occupazione di Afghanistan ed Iraq.

Come ripete il compagno Fidel Castro nelle sue riflessioni settimanali, l’attuale crisi globale del capitalismo non è solo una crisi finanziaria. Ma è una molteplicità di crisi capitaliste, che si rafforzano reciprocamente l’un l’altra, ma il cui fondamento è l’insostenibilità di un sistema che si basa sullo sfruttamento della maggioranza globale (impoverita) per sostenere gli avidi interessi di una piccola classe capitalista globalizzata.

Il mondo di oggi è di fronte ad una molteplicità di crisi del capitalismo: una crisi del settore finanziario globale, una crisi energetica, una crisi petrolifera, una crisi alimentare, e la crisi dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale. Anche se sarebbe azzardato prevedere una fine imminente del sistema capitalistico mondiale, tuttavia vi sono in corso importanti cambiamenti qualitativi che segnano l’inizio possibile di una nuova era globale. Si tratta di un’epoca che può essere caratterizzata per un po’ da incertezze ed instabilità in molte parti del mondo, non ultimo da instabilità economica a danno dei paesi capitalisti avanzati. Tutto questo rischia di accompagnarsi ad un’ondata di crisi successive, il cui esito sarà segnato in sostanza dalla capacità organizzativa dei lavoratori e dei poveri del mondo di assumere l’iniziativa politica.

Una cosa è comunque certa: l’attuale crisi capitalista globale, insieme con l’emergere, dal mondo in via di sviluppo, di blocchi economici alternativi, così come la forza della massa di gente in luoghi come l’Egitto e la Tunisia, sono tutte le indicazioni degli inizi del declino degli Stati Uniti come potenza economica mondiale!

La crisi politica in Tunisia ed Egitto è il risultato di una combinazione di alcuni fattori dell’attuale crisi globale del capitalismo. Questi sono stati immediatamente innescati dall’impatto della crisi finanziaria globale in tutto il mondo, insieme al rincaro dei prodotti alimentari ed il costo di altri generi di prima necessità per la maggior parte della gente in questi paesi. Si tratta di un’ulteriore crisi dell’istituzione delle idee e dei programmi neo-liberali, con la complicità delle élites nazionali, visto che questi paesi erano contemporaneamente presentati come l’esempio vivente dei successi di alcune politiche economiche neo-liberiste. In questi paesi tutto questo si è accompagnato alla loro complicità con l’imperialismo statunitense.

In particolare la rivoluzione egiziana ha un enorme potenzialità di influenzare positivamente la lotta del popolo palestinese contro l’apartheid tirannica e l’oppressione di Israele. C’è una possibilità reale per la nascita di uno stato progressista egiziano, liberato dal giogo dell’imperialismo statunitense. Tale stato ha le potenzialità di condurre una lotta di principio e di solidarietà con il popolo palestinese. In molti modi, la solidarietà progressista con la rivoluzione egiziana è necessaria per approfondire la lotta per uno Stato palestinese indipendente.

Il SACP spera che queste rivoluzioni in se stesse con ulteriore galvanizzazione dell’oppresso popolo palestinese intensifichino la lotta contro l’apartheid sionista e spingano il regime israeliano a tornare sui propri passi. La rivoluzione egiziana può eventualmente fornire la spinta tanto necessaria alle lotte dei palestinesi, smascherando ulteriormente come lo “stop and go” dei negoziati di pace sponsorizzati da Stati Uniti ed Egitto siano nient’altro che una facciata per ritardare la vera liberazione palestinese, mentre non accenna a diminuire l’ulteriore smembramento e la colonizzazione dei territori palestinesi. Questi sviluppi, con la complicità del regime di Mubarak, rendono quasi impossibile ottenere uno Stato palestinese indipendente in un prossimo futuro. Il governo di Mubarak è stato in tutto e per tutto una perfetta maschera imperialista per ritardare, se non vanificare del tutto, la liberazione del popolo palestinese.

Il SACP è anche fiducioso che la classe operaia egiziana stia imparando le lezioni dalla “settimana che vale come decenni”. Il punto di svolta nella recente rivoluzione egiziana è stato l’ingresso della classe operaia organizzata nelle lotte nazionali, costringendo così Mubarak a dimettersi. E’ una lezione che è importante riguardo il potere della classe operaia egiziana organizzata, per cambiare il corso della storia e senza il quale non si sarebbe potuto assistere ai progressi finora compiuti dalla gente comune in Egitto.

Come il SACP giustamente ha osservato nella sua dichiarazione sugli attuali sviluppi in Nord Africa, queste vittorie importanti della gente comune sono passibili di rovesciamenti contro-rivoluzionari. Il fatto che il destino guida del popolo egiziano in questo momento si trova con l’esercito pro-Mubarak è una dimostrazione della vulnerabilità del progresso del popolo ai rovesciamenti contro-rivoluzionari. Dobbiamo quindi prendere molto sul serio il rischio, e la possibilità concreta, lanciata da Galloway sul ‘Morning Star’:

“Sta scadendo il tempo per il faraone. Egli può ancora scatenare fiumi di sangue nel tentativo di tenere duro. Ma questo vento di cambiamento che soffiava dolcemente prima su Tunisi ed ora sul Cairo non si ferma qui”.

Ciò significa che spetta a tutte le forze progressiste del mondo esprimere solidarietà concreta con queste rivoluzioni. È anche nostra fervente speranza che questa apertura possa creare le condizioni perché il Partito Comunista d’Egitto a lungo fuorilegge si rafforzi e si radichi nelle lotte odierne della classe operaia egiziana, come unica strada per la radicalizzazione delle odierne lotte dei lavoratori e dei poveri d’Egitto.

Il SACP esprime il suo pieno sostegno e solidarietà al Partito Comunista d’Egitto, alla più ampia classe operaia egiziana ed alle masse popolari di quel paese. Tali sviluppi devono infatti essere visti come uno smacco alla copertura ideologica e politica dell’imperialismo; e che la crisi capitalista e il suo impatto non sono ancora terminati, e forse i loro effetti devono ancora essere pienamente dispiegati.

E’ anche importante che impariamo la giusta lezione da queste rivoluzioni del Nord Africa. Nel discorso alla nazione che il Capo di Stato Zuma ha pronunciato la scorsa settimana, reso possibile grazie alla nostra svolta di Polokwane del 2007, si invitano tutte le forze di movimento genuinamente di sinistra dell’African National Congress ad approfondire l’unità per far si che davvero si sia in grado di mobilitare la classe operaia ed il nostro popolo nel suo insieme, al fine di intensificare la lotta per un nuovo corso di crescita.

Il discorso alla nazione del presidente Zuma si basa anche sull’unità raggiunta nell’ANC che ha ulteriormente smascherato il fallimento della nuova tendenza nel nostro movimento, come una particolare espressione del “Mubarak-ismo” – egoismo capitalista, avidità di un imperialismo di ritorno – che non fornisce alcuna soluzione alle sfide di sviluppo che ha di fronte il nostro paese.

È solo con l’approfondimento della mobilitazione di massa dei lavoratori e dei poveri del nostro paese che un nuovo percorso di crescita sarà realizzato. È questo nuovo percorso di crescita che alla fine romperà con la traiettoria economica di “colonialismo di tipo speciale” e costituirà il nostro percorso più diretto verso una transizione al socialismo. È solo con la mobilitazione della classe operaia e del popolo, sotto la leadership dell’alleanza guida dell’ANC, che è nella posizione migliore per consolidare ed approfondire la nostra rivoluzione nazionale democratica!