Tulkarem, come (non) si vive sotto l’occupazione israeliana

Siamo da poco tornati dalla Palestina dove abbiamo portato aiuti in denaro alle famiglie povere del campo profughi di Tulkarem, facendo noi parte del progetto «adozioni a distanza» dell’Associazione Kufia-Onlus. La situazione che abbiamo trovato è molto difficile. L’occupazione militare israeliana è diventata sempre più insostenibile per i palestinesi, che non sono liberi di muoversi a casa propria e che sempre di più sono colpiti dalla disoccupazione. La mancanza di reddito si ripercuote sul tessuto sociale palestinese, sempre più lacerato, e anche all’interno delle stesse famiglie dilagano i comportamenti sempre più violenti , frutto di rabbia, frustrazione e disperazione per mancanza di una qualsiasi progettualità per il proprio futuro e quello dei figli. Una situazione che rende persino comprensibile ai nostri occhi come si possa arrivare a compiere atti estremi, come mettere fine a un’esistenza dannata diventando nella peggiore delle ipotesi un kamikaze, aspetto che sembra essere poco chiaro agli osservatori occidentali i quali tendono ad archiviare la pratica soltanto come prassi di un fondamentalismo religioso legato all’Islam.

Abbiamo visitato i villaggi agricoli del distretto di Tulkarem come Attil , dove le vie principali di comunicazione sono state volutamente interrotte dall’esercito israeliano che con i buldozer ha completamente divelto l’asfalto e costretto l’intera popolazione a compiere con l’auto un giro assurdo per raggiungere la propria destinazione.

Nello specifico non esistono motivi di «sicurezza» per lo stato d’Israele, visto che siamo all’interno del Muro di separazione, e sembra che l’unica motivazione sia soltanto rendere più difficile la vita degli agricoltori di Attil visto che quella strada collegava le abitazioni ai campi coltivati e oggi l’esercito presidia giorno e notte un cancello di passaggio verso appezzamenti di terra attraverso cui i contadini palestinesi possono entrare ed uscire ad orari stabiliti dall’esercito occupante.

Fatto analogo accade al «cancello» del villaggio di Shweekeh dove il varco viene aperto e chiuso ad orari fissi per far passare i bambini del luogo che frequentano la scuola ubicata dall’altra parte del filo spinato.

Poco distante da noi il Muro della Vergogna avanza inesorabile divorando un ulteriore pezzo di territorio palestinese e staccandolo da quel già misero 22 % che dovrebbe vedere la nascita del futuro stato palestinese, dividendo altresì abitazioni, coltivazioni ma anche nuclei familiari (come nel villaggio di Nazlet Essa, sempre nel distretto di Tulkarem) che non potranno più incontrarsi senza uno speciale permesso rilasciato dall’esercito.

Abbiamo incontrato un medico che opera nel distretto e siamo venuti a conoscenza del fatto che malattie come la scabbia sono in forte aumento a causa dei gravi problemi igienici, come pure le malattie respiratorie. Problema legato al problema dei rifiuti: montagne di immondizia provenienti anche da Israele vengono accatastate nelle vicinanze della città e le esalazioni maleodoranti trasportate dal vento vengono respirate dalla popolazione, con conseguenze facilmente immaginabili.

Siamo entrati anche nella scuola di Tulkarem, dove sono ancora visibili i segni dell’operazione militare israeliana del 2002, quando per diversi giorni anche la scuola si trovò sotto il fuoco delle mitragliatrici pesanti. Sulle pareti i disegni dei bambini, che hanno come tema dominante l’occupazione e riproducono solo figure di militari con il loro carico di morte, cannoni, fucili, elicotteri. Come se già questo non bastasse, i muri delle città da noi visitate, Tulkarem, Nablus, Hebron sono tappezzati delle foto di centinaia ecentinaia di martiri, e l’odore della morte si mescola con il profumo della vita quotidiana che devecontinuare.

La presenza costante dell’esercito israeliano è a dir poco soffocante anche per noi, perché nei vari spostamenti da una città all’altra i posti di blocco non si contano e la cosa più deprecabile è anche che laddove viene riconosciuta l’Autorità Palestinese di fatto vige il controllo israeliano. Mentre tutto questo sembra non interessare la comunità internazionale che finge di non vedere, molto bene invece si vedono i nuovi insediamenti dei coloni israeliani che svettano attorno ai villaggi arabi, sovrastandoli e soffocandoli.

* Associazione Kufia Onlus