Tsunami Sharon

Gli effetti del terremoto Peretz nel laburismo si moltiplicano fino a diventare un vero e proprio tsunami politico, adesso che il primo ministro Sharon decide di lasciare il Likud e annuncia che si candiderà nelle prossime elezioni a capo di un nuovo partito, «Responsabilità Nazionale». L’analisi superficiale delle diverse polemiche non deve far dimenticare una questione fondamentale ma scarsamente presa in esame in questi giorni: nelle ultime settimane le forze israeliane non hanno cessato le operazioni di repressione che provocano un’escalation permanente nei territori occupati. Quanto accade nei territori occupati si proietterà su tutta l’arena politica, è determinante nella crescita dell’instabilità della regione – che è aumentata con gli attacchi terroristi in Giordania – e potrà essere un fattore chiave per decidere i risultati delle prossime elezioni in Israele.

Dopo lunghi mesi di confronto interno nel suo partito, adesso è ufficiale: Ariel Sharon lascia il Likud che contribuì a costituire più di 30 anni fa. Di primo mattino Sharon si è recato dal presidente d’Israele per chiedere che venga applicata la legge che gli permette di sciogliere le camere e di andare al voto.

Le elezioni sarebbero previste per il marzo dell’anno prossimo e adesso cominciano le grandi manovre. Sharon si porta dietro 13 o 14 dei membri del gruppo dirigente del Likud. Il numero è critico dal punto di vista economico: se il nuovo partito ha un terzo dei seggi del Likud potrà godere di una parte proporzionale dei finanziamenti pubblici dei partiti israeliani. In caso contrario Sharon comincia con un serio problema economico.
La decisione di Sharon è più o meno chiara nelle sue motivazioni. Dall’inizio della ritirata unilaterale Sharon ha perso la maggioranza nel suo partito. Nelle primarie per decidere il candidato alle prossime elezioni nazionali, la candidatura di Netaniahu lo potrebbe portare a una sconfitta troppo dolorosa, dalla quale sarebbe difficile recuperarsi. Anche nel caso in cui Sharon trionfasse nelle elezioni interne, il nuovo gruppo dirigente non sarebbe diverso dal precedente e ogni piano politico di Sharon in politica estera lo porterebbe alla paralisi che in questi giorni affligge il Likud. L’opposizione interna, i cosiddetti «ribelli» dominano l’establishment. Oltre a ciò, un gruppo estremista di coloni, che pochi anni fa decise di entrare nel Likud, prometteva di collaborare con i nemici di Sharon per sconfiggerlo. L’avventura di Sharon è più che problematica e pericolosa per lui. Cinque ministri vi aderiscono: non si sa ancora quanti membri della Knesset, ma questo non è tutto. Sharon non ha una macchina di partito ben organizzata e si basa solo su qualcosa di assai dubbio: la grande popolarità di cui gode nella maggioranza della pubblica opinione che ha appoggiato il ritiro unilaterale da Gaza. I grandi interrogativi sono: quanti mandati vale la popolarità di cui gode o godeva Sharon. E quanto vale la sua popolarità fuori il Likud? Il Likud non è solo un partito politico, ma uno strumento di identificazione etnica e di protesta. Dal 1977 è stato quasi sempre al governo e il laburismo all’opposizione, con brevi intervalli. Questo non ha impedito al Likud di presentarsi come fautore della protesta contro i mali del sistema, mentre il laburismo continuava con la stupida posizione dello statalismo, della responsabilità nazionale.

Per tutti quegli ebrei orientali che si sono visti emarginati dalla società israeliana, discriminati e sfruttati, il Likud era la vendetta, l’identità salvata, il rifugio. Improvvisamente Peretz rompe lo schema. Parla in un modo che rompe con gli schemi classici, attacca il sistema, smentisce tutte le responsabilità al riguardo, non è più un laburista «classico e responsabile» come Peres e i suoi ministri. Peretz è uno dei pochi politici che osano dire quel che pensano. Sì, è necessario prepararsi per tutte le manovre che lo porteranno ad essere «più moderato», ma è necessario segnalare che ha agitato le acque in modo drammatico. Senza paura, con coraggio ha presentato idee diverse dalle consegne classiche prive di contenuto che devono caratterizzare un leader che voglia conquistare il mitico «centro». Peretz arriva in un momento in cui sono molte le vittime della politica economica e sociale di Netaniahu. Peretz lo dice già chiaramente: Sharon era il primo ministro responsabile della politica economica del ministro delle Finanze, e denuncia il 20% di israeliani sotto la soglia di povertà mentre l’economia cresce e i ricchi diventano più ricchi. Peretz ha rivoluzionato il dialogo politico, dimostrando, in dieci giorni, che non sarà facile farlo cadere vittima dei tranelli con cui cercavano di paralizzarlo nel suo stesso partito. Ma qual è la forza del programma di Peretz?

Sharon l’ha spiegato nelle ultime ore: il suo nuovo partito porterà Israele alla Road Map in modo responsabile, mentre si combatterà senza indugi il terrore. Ovvero, il programma di Sharon – e questo sarà sicuramente il programma di Netaniahu o di chi trionferà nel Likud- sarà il programma della sicurezza, del terrore, del processo politico. La questione economica e sociale sulla quale si basa Peretz non sarà necessariamente la questione centrale. Non è questione retorica o di tattica propagandistica. Sharon e il suo governo hanno iniziato una politica di esecuzioni mirate e di repressione poco dopo il ritiro da Gaza, che ha portato a una seria escalation nei territori occupati. La politica del governo israeliano ha rafforzato Hamas e non Abu Mazen e questo non è stato frutto del caso.

La continuazione di questa linea significherà più sangue, terrore e repressione e le vendette a catena faranno crescere la necessità di discutere di pace e sicurezza, lasciando da parte la povertà e l’economia che aiuterebbero Peretz. Sharon si basa su questa tattica per danneggiarlo e pensa che questa sia la ricetta migliore per restituire agli elettori il loro bisogno essenziale: un generale con grande esperienza che li tiri fuori dal pantano e piloti la barca nazionale nelle difficili acque della guerra. Uno dei grandi interrogativi che riguardano Peretz è se saprà rispondere a questa sfida con una voce chiara e convincente che porti il paese a un altro tipo di discussione diversa da quella portata avanti per molti anni. Ma vaticinare che cosa sta per accadere è di fatto rischioso, anzi stupido.

Trad. Marcella Trambaioli