Trotzky, il fantasma di Fausto

In platea ci sarà anche Trotzky. Tre anni fa, al congresso di Rimini, c’era Stalin. Ma solo il primo giorno, poi lo cacciarono fuori. Non lo difese praticamente nessuno. Trotzky, invece, rimarrà fino all’ultimo giorno, potendo contare su oltre il 14% dei consensi. Niente esilio questa volta, almeno per questi quattro giorni, anche se è un po’ deluso dai suoi, lui che tanto aveva creduto alla politica leninista del fronte unico e che oggi vede le sue ragioni difese da tre mozioni che non sono riuscite a presentarsi unite al Lido di Venezia. Che dirà Trotzky al sesto congresso del Prc? Oggi, intanto, ascolterà Bertinotti fare la sua relazione introduttiva. Che il segretario di Rifondazione comunista dedichi qualche passaggio del suo pur lungo e articolato intervento alla rivoluzione permanente non ci spera neanche. Né ritiene possibile che con Romano Prodi seduto in prima fila il segretario gli assicuri che non verrà fatto alcun accordo di governo con forze giudicate espressioni della borghesia. Però ascolterà, magari agitandosi un po’ sulla sedia. Poi domani parlerà. Anzi, lascerà che a parlare siano altri. Altri che in qualche caso neanche erano nati quando lui si prese in testa la picconata data da un sicario di Stalin.
«I comunisti sono naturalmente all’opposizione dei governi delle classi dominanti fino alla conquista del potere politico, questa è l’unica reale alternativa», dice Marco Ferrando, primo firmatario della mozione che per un pugno di voti si è confermata prima tra le trotzkiste. «Noi siamo rimasti legati a questo principio, che fu invece messo in discussione sia dalla socialdemocrazia che dallo stalinismo». E Bertinotti, in tutto questo? «Paradossalmente, tutta la svolta antistaliniana di Bertinotti si combina con l’eredità di quella deriva governista che introdusse lo stalinismo. Ma questo è soltanto uno dei tanti paradossi di un’operazione che dà vita a un’onesta e perfino brillante rifondazione socialdemocratica, ma che con Rifondazione comunista non ha niente a che vedere». Trotzky, pardon, Ferrando dà atto a Bertinotti che oggi è prioritaria la «cacciata di Berlusconi», ma la strada non necessariamente deve passare per Palazzo Chigi. È un’altra quella che porta veramente alla meta della «trasformazione rivoluzionaria anticapitalista». Alla «conquista del potere» si arriva dopo una «prova di forza tra le classi della società». Roba da passato remoto? Secondo Ferrando no. Cita la Bolivia, l’Argentina, lo sciopero ad oltranza del ‘95 in Francia che portò alla caduta del governo Juppé e «pose la questione di un’alternativa di governo dei lavoratori». E Berlusconi in tutto questo? «Per cacciare Berlusconi si deve sviluppare un’opposizione sociale di massa che finora è stata divisa e paralizzata proprio dalla prospettiva di un governo con Prodi. Oggi la rottura con il centro è funzionale a liberare un’opposizione vera, che ponga la questione di una piattaforma unificante dei vari movimenti di lotta che si sono sviluppati in Italia, a partire dal movimento dei lavoratori».
«Trotzky diceva che con partiti che rappresentano gli interessi fondamentali della borghesia non si può fare un’alleanza di governo», ricorda Gigi Malabarba, primo firmatario della seconda delle mozioni trotzkiste. Principio valido per l’oggi: «Sicuramente alcuni settori importanti della borghesia puntano sul centrosinistra come alternativa a Berlusconi, che non li garantisce più». Ma non è solo sulla questione governo che Trotzky parla per bocca di Malabarba. «Gli apporti del trotzkismo sulla degenerazione dell’Urss sono stati una chiave di lettura molto importante per riuscire a capire come le grandi aspirazioni presenti nella Rivoluzione si siano trasformate in una dittatura burocratica che ha provocato gli orrori che conosciamo. Questa è una questione che va approfondita, non per quanto riguarda la società che si vuole costruire ovviamente, ma nel funzionamento del partito. Se si vuole superare una logica centralista e autoritaria c’è bisogno di applicare la democrazia partecipata in primo luogo al nostro interno».
Il trentacinquenne Claudio Bellotti deve a Trotzky la sua espulsione dal Pci. Non se l’è presa, e anzi oggi ha curato la prefazione della nuova edizione della “Rivoluzione permanente”. Il motivo? «La teoria della rivoluzione permanente costituisce una chiave decisiva per la comprensione del mondo contemporaneo. Tutti gli avvenimenti internazionali testimoniano che siamo ad una svolta decisiva nella storia mondiale. La guerra in Iraq non è che l’ultimo esempio di come l’equilibrio capitalistico sia scosso a tutti i livelli. Il problema della rivoluzione torna all’ordine del giorno». A Bertinotti la prova di convincerlo del contrario.