Troppi sofismi per una parola

Laicità è una delle «parole-chiave» che oggi in Italia accendono il dibattito politico e culturale. Ad essa e ai suoi significati molteplici, proprio nei giorni in cui rimbalza negli interventi di papa Ratzinger e delle gerarchie cattoliche, è dedicato il nuovo numero della rivista diretta da Claudio Pavone Parolechiave, che raccoglie voci differenti sui vari aspetti oggi sollevati dalla discussione sul Concordato (Carocci editore: sarà presentato martedì prossimo, alle ore 17, alla Fondazione Basso, da Giuliano Amato, Stefano Rodotà, Alberto Melloni e Ida Dominijanni). Il fascicolo tratta temi di ampio respiro che vanno da concetti di carattere generale a situazioni particolari, quali la laicità dello Stato d´Israele, la posizione della religione tra privato e pubblico, il rapporto tra laicità e scienza.
Professor Pavone, nel saggio introduttivo lei denuncia le distorsioni che si sono venute accumulando intorno alla parola laicità. Quali sono?
«Premetto di parlare a titolo personale: tra gli autori del numero e i redattori della rivista c´è, per fortuna, una varietà di posizioni. Quanto alla sua domanda, segnalo innanzitutto l´ambiguità di chi contrappone laicità a laicismo. Della laicità tutti di dichiarano convinti, salvo poi scaricare sul laicismo la loro sostanziale avversione alla laicità».
Non c´è distinzione?
«Concettualmente non c´è motivo di fare questa distinzione se non ricorrendo al sofisma di equiparare qualsiasi profonda convinzione, quindi anche quella dei laici, al fideismo fondamentalista. Si sente talvolta dire: ma anche voi laici siete fideisti e in fondo intolleranti. Sarebbe come dire che, chi difende con vigore la tolleranza, in questa difesa è a sua volta intollerante».
Lei denuncia una massiccia invadenza della Chiesa cattolica nella vita pubblica.
«La Chiesa naturalmente ha tutto il diritto in uno Stato laico di diritto di rivolgersi ai suoi fedeli come meglio crede. Ma la Chiesa è abituata in Italia a giocare su due tavoli: quello dell´uso spregiudicato degli spazi che le garantisce lo Stato laico e quello privilegiato assicurato dal Concordato e rafforzato da molte leggi recenti».
È d´accordo con chi vuole rimettere in discussione il Concordato?
«Le critiche mi paiono opportune. Cardinali, vescovi, parroci, prelati di ogni ordine e grado hanno tutto il diritto, come esponenti di una vasta associazione di cittadini, e cittadini essi stessi, di dare le loro indicazioni etiche e politiche, ma i prelati italiani sono circondati e protetti da privilegi, poteri e immunità di cui gli altri cittadini non godono. È questa situazione che rende i loro interventi politici un vero vulnus per lo Stato laico. Sono persuaso che la vera formula laica sia quella della totale riduzione delle organizzazioni religiose, compresa la Chiesa cattolica, nell´ambito del diritto comune».
Questo cosa comporterebbe?
«Questo significa che devono essere riconosciute a tutte le religioni come associazioni e a tutti i cittadini come individui la piena libertà garantita dalla Costituzione. In Italia invece la Chiesa cattolica vanta un rapporto privilegiato con il potere pubblico, che non va confuso con lo spazio pubblico garantito a tutti in egual misura dallo Stato laico. Si dice che i gesuiti dell´Ottocento si rivolgessero così ai liberali: “Esigo da voi la libertà perché è nei vostri principi, ma ve la nego perché non è nei miei”. Oggi nelle gerarchie ecclesiastiche sembra che stia riprendendo corpo questa formula, proprio nel momento in cui da parte della politica è venuta meno ogni forma di mediazione».
Negli ultimi tempi personaggi della vita pubblica hanno rivelato anche in modo inatteso la propria fede.
«Potrei definire il fenomeno con un´icastica espressione di Stefano Levi della Torre: “Oggi c´è un ingorgo sulla via di Damasco”. La particolarità di questo ingorgo consiste nel fatto che non si riesce a capire quanto esso sia provocato da motivi schiettamente religiosi e quanto da opportunità politica. È rispettabile che un uomo politico faccia pubblica professione di fede religiosa, ma lascia qualche sospetto che queste siano state molto abbondanti dopo le polemiche suscitate dalle sortite del cardinal Ruini”.
Giuliano Amato sostiene che i credenti hanno una marcia in più.
«Non sono d´accordo. Nel fondo di questa affermazione – quali che siano le intenzioni di chi le ha pronunciate – c´è una messa in forse dell´autonomia della morale, cioè c´è una gerarchizzazione tra morale e fede religiosa in cui la morale occupa il posto più basso. Come se non si tenesse conto di quel lungo e difficile cammino attraverso il quale, spesso con sofferenza e sacrifici, si è arrivati a distinguere tra morale e religione. Distinzione che costituisce un cardine della laicità».