Trionfo georgiano per Bush

Il presidente Usa accolto con tutti gli onori a Tblisi esalta la «rivoluzione delle rose»

Ore 13,30: da un palco montato in Tavisuplebis Moedani, la piazza principale di Tbilisi, e per sfondo uno striscione che inneggia alla libertà e alla democrazia, il presidente degli Stati uniti George W. Bush inizia il suo discorso al popolo georgiano. Fin dalle prime ore del giorno le vie centrali della capitale si riempiono di gente. L’affluenza è minore alle aspettative (5-10 mila persone al massimo), nonostante sia una sorta di un giorno di vacanza per la popolazione georgiana: nella capitale scuole e uffici pubblici sono rimasti chiusi. Il presidente Mikhail Saakashvili – salito al potere con la cosiddetta «rivoluzione delle rose», la prima tra le rivoluzioni floreal-colorite verificatesi nello spazio ex sovietico – le ha tentate tutte per fare bella figura con il suo alleato-protettore Bush. Le strade principali sono state riasfaltate per l’occasione, le facciate dei palazzi che si affacciano sulla piazza ripulite e ridipinte. Per Saakashvili non ci potrebbe essere occasione migliore di questa per mostrare alla popolazione la riuscita della sua politica estera. Le misure di sicurezza sono rigorosissime. La strada principale, Rutaveli Gamziri, è chiusa al traffico da 10 giorni (con enormi problemi alla circolazione). Da ieri tutte le vie intorno alla piazza sono transennate. Per entrare in Tavisuplebis Moedani è necessario sottoporsi a rigidi controlli. Per questioni di sicurezza è stato addirittura annullato uno spettacolo tradizionale in cui i ballerini si esibivano con delle spade. Si dice che qui a Tbilisi siano presenti tra gli 800 e i 1200 agenti speciali americani per sorvegliare la visita del loro presidente. Alla maggior parte dei corpi militari e di polizia locali sono state tolte le armi. È vietato affacciarsi alle finestre che danno sulla piazza. L’edificio del Parlamento, in cui avverrà il primo incontro tra i due presidenti, da venerdì scorso è off-limits per gli stessi deputati georgiani.

Nel suo discorso Bush lancia grandi proclami di amicizia verso il popolo georgiano e il suo presidente. Afferma che in questo paese la volontà popolare ha portato al trionfo della libertà e della democrazia. Auspica che l’esempio georgiano possa funzionare da modello per le altre repubbliche ex-sovietiche in cui ancora regna la dittatura (o meglio, in cui Mosca esercita ancora la propria influenza, Bielorussia in primis). Loda l’impegno di Saakashvili nella lotta contro la corruzione e la sua volontà di introdurre riforme.

Insomma, tutto secondo copione. Con la «rivoluzione delle rose», infatti, la propensione euro-atlantica di questo paese caucasico, già ampiamente manifestatasi durante il governo di Shevarnadze, ha subìto un ulteriore rafforzamento pro-statunitense. Saakashvili fin dall’inizio del suo mandato ha posto come obbiettivo prioritario della sua politica estera l’avvicinamento agli Usa.

Washington non gli ha mai fatto mancare il suo appoggio, ponendo, però, delle ferme condizioni. Innanzitutto, Saakashvili si è dovuto impegnare per ottenere lo smantellamento delle due basi russe ancora presenti sul territorio georgiano. In questo anno e mezzo i negoziati con la Russia su questa spinosa questione non hanno portato a nessun risultato, se non a un inasprimento dei rapporti tra Mosca e Tbilisi. Prova ne è la mancata partecipazione di Saakashvili alle celebrazioni per i 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, tenutesi lunedì nella capitale russa.

La politica statunitense è abbastanza comprensibile: il Caucaso è un nodo strategico cruciale. Nella zona del mar Caspio sono presenti ingenti riserve di petrolio e gas. Assicurandosi la fedeltà della Georgia e, in parallelo, dell’Azerbaigian – paese sotto forte influenza della Turchia, storico alleato Usa nell’area – Washington ha creato una testa di ponte tra gli Urali ed il Medioriente. La prossima apertura – l’inaugurazione è prevista per la fine di questo mese – dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan sarà il primo risultato di queste scelte strategiche.

La nuova politica di Tbilisi appare invece alquanto spregiudicata. La Georgia è uno stato piccolo (5 milioni di abitanti), povero di risorse energetiche e sta attraversando una fase di gravissima crisi economica. Non bisogna dimenticare inoltre che due regioni di questo paese, l’Abkhazia e l’Ossezia meridionale, hanno dichiarato, all’inizio degli anni `90, la propria indipendenza, e sono tutt’ora al di fuori del controllo governativo. Le scelta politica di Saakashvili di acuire i contrasti con il potente vicino russo risulta, quindi, in un vicolo cieco, dal quale difficilmente Tbilisi potrà tirarsi fuori. E la partita per il petrolio del Caspio sembra tutt’altro che chiusa.