Trento, fa ancora paura la fabbrica della morte

«Giuliano Venturini, nato nel 1938. Viene ricoverato a Pergine nell’ospedale psichiatrico l’8 gennaio 1968. Durante la degenza presenta un quadro interpretato come delirium tremens, con stato confusionale, febbre, idee deliranti, crisi epilettiche. Vede bisce e serpenti che scivolano sul suo corpo e s’attorcigliano sulle sue braccia. La morte avviene il 4 febbraio del 1968. Aveva trent’anni». E’ solo uno dei tanti lavoratori deceduti per le conseguenze dell’avvelenamento da piombo tetraetile, prodotto a Trento per quasi quarant’anni dalla Sloi, una delle fabbriche più pericolose d’Italia e una delle meno note. Il silenzio attorno alla sua produzione, protetto gelosamente dai dirigenti con la complicità degli amministratori democristiani di Trento, venne rotto soltanto negli anni ’70, grazie anche a un libro, Incubo nella città. Sloi, che fu anche un importante esempio di controinformazione.
Ora la casa editrice Uomo Città Territorio, che nel 1978 lo pubblicò, ha deciso di dare alle stampe un nuovo volume dal titolo Sloi, fabbrica dei veleni, per scongiurare l’oblio cui le vicende drammatiche di tanti lavoratori paiono destinate. Il giornalista Luigi Sardi e la sociologa Odilia Zotta, ai quali si sono aggiunti Giuseppe Raspadori e due giovani, Charlie Barnao e Enrico Spagna, hanno deciso di rinnovare il lavoro di denuncia da loro stessi iniziato trent’anni fa.

Della fabbrica, chiusa nel 1978, non restano che le inquietanti rovine alle porte di Trento, divenute luogo di ritrovo dello spaccio e dell’immigrazione clandestina. E un’eredità terribile: 180 tonnellate di piombo tetraetile inquinano tutta l’area in profondità, 35.000 metri cubi di terreno. Una bomba ecologica sulla quale – dopo la distruzione annunciata entro il 2005 dei resti della fabbrica – è prevista la costruzione di abitazioni. Solo che nessuno ha idea di come portare a termine la bonifica: non esistono altri luoghi al mondo contaminati così pesantemente all’interno dell’abitato di una grande città.

Un incubo, quello della Sloi, nato dal ventre oscuro del fascismo. La Società lavorazioni organiche inorganiche nasce grazie a un giovane chimico di Ravenna, Carlo Luigi Randaccio, che negli anni ’30 aveva iniziato a sperimentare la sintesi del piombo tetraetile – antidetonante necessario al buon funzionamento degli aerei – con una reazione chimica ottenuta da piombo e sodio. La sostanza, prodotta allora quasi esclusivamente dalla americana Dupont, era essenziale per lo sforzo bellico al quale l’Italia si stava preparando.

Fu Achille Starace, segretario del partito nazional fascista e grande amico di Randaccio, a decidere di avviare la produzione in grande e trasferire la fabbrica a Trento, vicino all’asse ferroviario del Brennero. La Sloi iniziò così ad uccidere operai e inquinare l’ambiente poco prima dell’entrata in guerra nel 1940, e continuò a farlo fino al 1978, quando guerra e fascismo erano finiti da tempo. Con lo stesso padrone, Carlo Luigi Randaccio, e gli stessi morti, sulla spinta questa volta del boom economico e dello sviluppo dell’industria automobilistica.

Impossibile sapere quanti furono colpiti da avvelenamento da piombo tetraetile, perché i sintomi dell’intossicazione erano sottili, spesso confusi con quelli dell’alcolismo. Eppure i pochi dati conosciuti sono impressionanti: dal 1960 al 1971 vi furono 1108 casi di infortunio in fabbrica e intossicazioni da piombo, dei quali quattro mortali. Il numero massimo di lavoratori impiegati alla Sloi era di 250, il “turn over” era altissimo.

Non mancarono le lotte: l’azienda fu l’unica fabbrica in Trentino a fermarsi completamente l’8 settembre del ’43 contro l’occupazione tedesca e nel dicembre del 1964 gli operai scesero in sciopero contro le terribili condizioni di lavoro, ma il potere di ricatto di Randaccio era troppo forte, mentre i sindacati erano ancora poco attenti alle questioni legate alla salubrità in fabbrica.

Poi venne il movimento studentesco, che cercò di stringere una difficile alleanza con i lavoratori della Sloi, dalla quale nacque uno slogan classico degli anni della contestazione: “Cloro al clero, diossina alla Dc, piombo tetraetile all’Msi”.

Infine il dramma evitato per un soffio: nel 1978, un incendio rischiò di propagarsi all’intera fabbrica e sprigionare una nuvola tossica che avrebbe potuto uccidere 100.000 persone, tutta Trento. Solo allora il sindaco democristiano decise di chiudere la fabbrica.

Ora, per rendere giustizia alle vittime e alle loro famiglie che dalle aule dei tribunali ricevettero soltanto qualche miserabile briciola, e per riscattare il silenzio di una città, arriva il libro di Uct, con il quale gli autori chiedono che sull’area, una volta bonificata, sorga almeno un monumento a ricordo degli operai morti. Al Teatro sociale di Trento, invece, lo scorso 12 novembre è andato in scena lo spettacolo teatrale “Sloi machine”, scritto e interpretato da Andrea Brunello e sostenuto dalla Cgil trentina. Per un attimo quella macchina della morte che per decenni ha funestato la città è tornata a funzionare.