Tre uomini in guerra

K. S. Karol ha giustamente scritto nei giorni scorsi che «forse la condotta della guerra è stata quel che di meglio Stalin ha fatto nella sua vita, anche se non mancò di barbarie». Non solo da un punto di vista militare, ma per l’intelligenza politica con cui gestì la così anomala alleanza con Stati uniti e Gran Bretagna – il patto che resse anche alle più pericolose insidie e alla fine permise di battere il fascismo che avrebbe altrimenti trionfato. W il compagno Stalin, dunque? Non si tratta di questo, come osserva anche Karol, parlando di coloro che, in occasione della manifestazione che si è svolta a Mosca per il 60° della vittoria, hanno inalberato il suo ritratto «non perché necessariamente staliniani, ma perché pensano al distruttore del nazismo»; e perché profonda è rimasta nell’animo dei russi la convinzione che quella guerra è stata di popolo. Che questa fosse la priorità, allora fu convinto tutto l’antifascismo. Ed è stupefacente che oggi arrivi qualcuno a dire che non doveva essere così: cosa avrebbero voluto, che andasse in porto la trattativa tentata dai nazisti stessi, in complicità con i settori della destra europea e americana, perché fosse loro lasciata mano libera ad est, per far fuori l’Urss? Fortunatamente non fu questa la convinzione né di Churchill né di Roosevelt, che rifiutarono questa opzione e capirono invece che, senza stringere un’alleanza stretta con Mosca, non sarebbero venuti a capo di Hitler. E per questo stabilirono con Stalin un dialogo diretto che, nel corso del tempo, produsse persino reciproca stima, come risulta dal loro intenso carteggio (di cui pubblichiamo in questa pagina alcune missive – «Carteggio Churchill-Stalin 1941-1945», ed. Bonetti 1964), così come dal rapporto redatto da Harry Hopkins, consigliere speciale del presidente americano (ne riportiamo alcuni stralci pubblicati in «La seconda guerra mondiale nei documenti segreti della Casa bianca», Robert Sherwood, ed. Garzanti 1949).

Il rapporto fra Londra, Washington e Mosca si raffreddò – come risulta anche dalle ultime lettere scambiate – quando l’Inghilterra e gli Stati uniti cominciarono ad accordarsi sulla gestione postbellica dell’arma atomica. Stalin ne fu tenuto all’oscuro e proprio la scoperta della trama contribuì a creare il clima di sospetto che poi sfociò nella guerra fredda. Ma a quel punto, Churchill era stato sostituito dal laburista Attlee e Roosvelt da Harry Truman. «Ho sempre pensato – scrive nelle sue memorie la moglie di Roosevelt, Eleonor («Questo io ricordo…», ed. Garzanti 1950) – che questi tre uomini, Stalin, Churchill e Roosevelt, pur con la diversità dei loro sistemi, erano persone straordinariamente dotate e fatte per essere messe insieme allo scopo di vincere la guerra. Ciascuno di essi, senza dubbio, seppe guidare il proprio popolo e prodigò tanto generosamente le proprie forze da ispirare fiducia e rispetto».

Nei primi giorni dell’aprile 1945, alla vigilia della Conferenza delle Nazioni unite a San Francisco, il presidente Roosevelt scriveva negli appunti per un discorso: «Il nostro compito, amici, è la pace, più che una fine a questa guerra, una fine agli inizi di tutte le guerre, sì, una fine, per sempre, al modo pazzesco di regolare le controversie fra stati per mezzo dello sterminio in massa di popoli. E a voi, e a tutti gli americani, io dico: il solo limite alle nostre realizzazioni di domani saranno i nostri dubbi di oggi». Il discorso avrebbe dovuto esser trasmesso in occasione della giornata celebrativa di Jefferson. Ma non fu mai pronunciato: alle 5,49 pomeridiane del 12 aprile la Cbs interruppe il suo programma radiofonico per informare che un’agenzia aveva appena annunciato che il presidente Roosevelt era morto.