Tra moderati in bilico e sinistra in piazza

Il fine settimana ci ha regalato – il Riformista è tra i quotidiani che hanno riferito del pessimismo (o peggio) del presidente del Consiglio – una smentita di Romano Prodi: il mio esecutivo non traballa, non ho mai pensato di gettare la spugna. Ne prendiamo volentieri atto, anche se, sulla prima delle due affermazioni, ci consentiamo di mantenere qualche dubbio. Ci chiamiamo risolutamente fuori, però, dal giro (sempre che esista) dei giornali che, come al solito, avrebbero «inventato tutto». Delle parole e dello stato d’animo di Prodi nell’incontro con gli organizzatori della manifestazione romana di sabato ci ha detto il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti. E di questa conversazione abbiamo riferito tra virgolette, senza retro-pensieri o secondi fini, sul giornale. Come, fino a prova contraria, fanno e dovrebbero continuare a fare i giornalisti.
Tutto qui. Prodi, se vuole, può naturalmente smentire Sansonetti, che magari (anche se tenderemmo ad escluderlo) ha capito male. Dubitiamo però che lo farà, non perché Piero dirige (benissimo) il giornale di Rifondazione comunista, ma perché è ovviamente il primo a sapere come stanno le cose, e cioè male, molto male. Il Riformista non partecipa alla caccia al “traditore di peso ” che si anniderebbe tra i senatori centristi dell’Unione: ma, sia in corso o no la famosa campagna acquisti di Silvio Berlusconi, l’elenco dei “moderati in bilico “, che abbiamo pubblicato giorni fa tra i primi, è riproposto quotidianamente dai giornali. E le affermazioni di Clemente Mastella (se si deve andare avanti così, meglio votare nel 2008) non le hanno “inventate” i retroscenisti dei quotidiani. Al centro del centrosinistra, ma sarebbe meglio dire sul fianco destro della coalizione, tra quei centristi cioè che non hanno voluto o potuto trovare casa nel Pd, tira una brutta aria, e nulla fa immaginare che migliorerà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Prodi ha tutte le ragioni per temere che la brutta sorpresa, se arriverà, verrà da queste parti.
Il presidente del Consiglio, ovviamente, avrebbe preferito che la sinistra-sinistra, sabato, non scendesse in piazza. Soprattutto perché l’innegabile successo del corteo (certo non erano un milione, come tutti, dando i numeri, riportano, ma erano altrettanto certamente tantissimi) la impegna a tener duro, in Parlamento, sulle sue critiche e sui suoi emendamenti, a rischio di dare spazio e alibi ai moderati eventualmente all’asta. Ma chi al corteo romano ha guardato pensando di cogliervi il segno di una volontà di divorzio dal governo è rimasto deluso: non è andata così, e non solo per via delle (comprensibili) prudenze diplomatiche degli organizzatori. Si è trattato, ci è parso, di qualcosa di diverso. Di diverso, intendiamo dire, anche dalle motivazioni con cui era stato inizialmente convocato. Certo, non sono mancate le bandiere della Cgil, non solo della Fiom, sventolate, referendum o non referendum, in aperta polemica con l’accordo sul Welfare e con le confederazioni sindacali. Ma il tratto principale della manifestazione è stato quello per così dire identitario (anche di questo parla la caldissima accoglienza riservata a Pietro Ingrao) rivendicato da una parte considerevole di una sinistra tutto sommato tradizionale (se vogliamo dire: comunista, diciamo pure: comunista) che si sente in pericolo e proprio per questo intende significare, in primo luogo a se stessa, ma di sicuro non solo a se stessa, di esserci, di contare, di non voler essere metabolizzata e di non poter essere scaricata tanto facilmente. Se ci riuscirà è difficile dire. Ma il problema lo ha posto. Non tanto a Prodi, quanto, piuttosto, al nascente Partito democratico e al suo leader appena proclamato.