Tra le macerie di Gerico, Abbas accusa Blair e Bush

La pala meccanica è in funzione. Impiegherà giorni per raccogliere le macerie della Muqata di Gerico. All’interno del quadrilatero in cui si trovava la prigione assediata mercoledì per nove ore dall’esercito israeliano Idf, per catturare Ahmed Saadat, capo del Pflp, (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) ed altri cinque miliziani dello stesso gruppo, c’erano uffici amministrativi, una caserma, la mensa, un’officina, una panetteria ed un giardino adornato di palme, alberi di caucciù e belsiane. L’uso del passato non è casuale.
Dopo la resa di Saadat, nella serata di mercoledì, insieme ad un gruppo di 160 persone di cui facevano parte, oltre ai sei detenuti politici obbiettivo del blitz israeliano, anche detenuti comuni, guardie, addetti alla sicurezza ed impiegati, non è rimasto in piedi quasi nulla. Solo la moschea è stata risparmiata. Tra i cumuli di macerie c’è chi cerca la propria carta d’identità o altri effetti personali.

«Gli israeliani sono arrivati cinque minuti dopo che le guardie britanniche se ne sono andate – intorno alle nove del mattino -, hanno urlato al megafono di aprire il cancello, cosa che mi sono rifiutato di fare. A quel punto sono entrati di forza con i bulldozer e i carri armati e noi siamo scappati dentro. Ho dato ordine ai miei uomini di nascondere le armi che avevamo in caserma. Ho capito la gravità della situazione ed era mio dovere evitare un bagno di sangue. All’interno del compound c’erano in totale 400 persone», racconta il Luogotenente Colonnello Khader Alawneh, l’uomo che mercoledì si è trovato a dover prendere in mano le redini della situazione all’interno della Muqata. Fa parte del gruppo rimasto fino alla fine nella prigione.

Alawneh ricostruisce gli avvenimenti della giornata, vista dall’interno del compound assediato dal fuoco di carri armati, missili, colpi d’artiglieria e dall’incalzare dei bulldozer.

«Man mano che gli israeliani avanzavano, che ci bombardavano e che i bulldozer si avvicinavano buttando giù le pareti, ci siamo ritrovati stipati in un corridoio, un quadrilatero tra la caserma e la prigione», dice il Luogotenente Colonnello. «Ci attaccavano da tutte le direzioni. C’erano una ventina di feriti. Io con me ne avevo otto. Gli abbiamo tamponato il sangue con i nostri vestiti. Eravamo tutti uniti, addetti alla sicurezza come detenuti. Sono riuscito a mantenere la calma fino all’ultimo e quando i bulldozer sono arrivati a pochi metri da noi Saadat era con me. Gli ho parlato e ci siamo arresi».

Un signore con i baffi sulla cinquantina guarda dall’alto del cumulo di macerie che sorge al posto della mensa, una macchina gialla di cui non resta granché. «Era la mia», dice. Stessa sorte è toccata a diverse decine di persone. Abbiamo infatti contato una cinquantina di veicoli sepolti sotto le macerie o colpite dai tank. In diversi punti del quadrilatero del compound vi sono voragini nel terreno.

L’edificio che appare meno danneggiato è quello in cui si svolgevano pratiche amministrative, situato sulla destra, dalla parte opposta rispetto al cancello d’ingresso. «Eravamo dentro» racconta uno degli impiegati che chiede l’anonimato. C’erano sette segretarie e venticinque impiegati. Abbiamo detto ai soldati israeliani che eravamo civili. Hanno fatto uscire le donne alle tre del pomeriggio. Noi siamo riusciti a lasciare l’edificio solo la sera. Siamo rimasti rinchiusi li dentro perché i soldati israeliani ci avevano chiesto di toglierci i vestiti prima di uscire». Racconta l’uomo sulla quarantina.

Anche il sigor Rejan dice di essersi rifiutato di spogliarsi. Questo signore dal sorriso allegro e l’aria mite fa il pilota di aerei civili. Il suo ufficio, di cui ci mostra quel che resta, si trovava all’interno del compound. La Palestian Airlines, la cui registrazione è egiziana, vola dalla Giordania verso il Cairo e Sharm el Sheik. Era tornato a Gerico per riposarsi. «Mi scuso per l’espressione» continua il signor Rejan, «ma ci hanno trattato da animali. Ho visto persone di una certa età costrette a togliersi i vestiti per poter uscire e mettersi in salvo». Io mi sono rifiutato di denudarmi. Quando è stata buttata giù la parete mi sono consegnato. Mi hanno fatto mettere le mani su un loro veicolo, mi hanno perquisito e portato al Dco (liason office tra forze di sicurezza palestinesi ed Idf). Erano le cinque del pomeriggio. Sono stato rilasciato alle undici».

Camminando tra le macerie della Muqata e della prigione, situata più o meno al centro, ieri mattina si sentiva ancora puzza di bruciato.

Nel primo pomeriggio anche il Presidente Abbas si è imbiancato i pantaloni, camminando tra pietre, polvere, ferro, fogli di carta, pezzi di piastrelle e quant’altro. Ha definito l’attacco al carcere «un crimine imperdonabile», attribuendo a britannici ed americani «piena responsabilità per l’accaduto».

Gran Bretagna e Stati Uniti erano responsabili della custodia dei sei detenuti accusati da Israele di essere mandanti ed esecutori dell’omicidio, avvenuto nel 2001 a Gerusalemme, dell’allora ministro del turismo Rehavam Zeevi.

La mediazione della comunità internazionale tra israeliani e palestinesi, portò nel 2002 all’accordo di Ramallah, in base al quale gli esponenti del Pflp che si trovavano nel quartier generale di Arafat assediato dalle forze israeliane, furono trasferiti a Gerico sotto sorveglianza aglo-amercana e non consegnati alle forze israeliane. La partenza della prigione mercoledì mattina da parte dei monitors britannici è stata percepita dai palestinesi come un tradimento, come l’ennesimo voltafaccia della comunità internazionale. La versione secondo cui Israele non sapesse dell’abbandono del carcere da parte dei monitors «fino a quando non li abbiamo visti attraversare il Check-point», come a più riprese hanno ripetuto i militari israeliani ai giornalisti che seguivano il raid dalla collina di Vered Jericho, situata a ridosso dell’insediamento che si affaccia si Gerico, ha ulteriormente esasperato gli umori dei palestinesi.

L’azione di ritiro dei britannici è stata letta come un atto di connivenza, nella cattura, con un’azione di forza dell’esercito israeliano, di Saadat e degli altri sei prigionieri politici.

Da qui la rabbia verso la Gran Bretagna (pur essendo amministrativamente responsabili dei detenuti anche gli americani, mercoledì vi erano solo monitors britannici, ndr), manifestatasi con atti di vandalismo quali gli attacchi al British Council a Gaza City e Ramallah, o l’assalto alla Hscb Bank, propagatasi verso altri “obiettivi” occidentali o stranieri. Per questo tra West Bank e Gaza sono state rapite 9 persone, di nazionalità diversa, poi tutte rilasciate. Azioni deplorate da molti esponenti politici palestinesi.

E sempre da Gaza ieri sono stati lanciati verso Israele otto razzi, che non hanno provocato danni né vittime.

La chiave di lettura dell’assedio alla prigione di Gerico sta nel messaggio che la comunità internazionale intende inviare ad Hamas. In diverse occasioni il Presidente Abbas aveva usato espressioni possibiliste rispetto al rilascio di Saadat, eletto al parlamento nelle liste del Pflp alle ultime elezioni, vinte da Hamas. Il Pflp è finora l’unico partito che ha dato aperto appoggio ad un governo con il gruppo islamico.

Nessuno mette in dubbio che la Gran Bretagna fosse scontenta del ruolo dell’Anp come partner nella gestione degli affari carcerari a Gerico. I detenuti i cellulari li avevano. Comunicavano con l’esterno. Ciò che pone interrogativi è che invece di agire per implementare l’accordo in maniera soddisfacente per le parti, dunque anche esigere maggiori garanzie da parte dell’Anp, non vi sia stata un’azione coordinata con le autorità palestinesi. Londra insiste che nemmeno Israele fosse stata avvisata. Resta da capire l’abilità di un esercito, per quanto efficiente come quello israeliano, di organizzare un’operazione da manuale in pochi minuti.