Tra insulti e menzogne

Alla fiera delle tasse non sempre vince chi la spara più grossa. Il Cavaliere che ha trionfato nel 2001 scimmiottando Bush il Vecchio e promettendo meno tasse per tutti, oggi, è l´ultimo che può dare lezioni. Berlusconi mente quando dice che ha risanato i conti, visto che la Trimestrale di cassa conferma lo sfondamento del deficit di altri 4 miliardi di euro (dal 3,5 al 3,8% del Pil). Mente quando dice che il suo governo ha ridotto la pressione fiscale dal 45 al 40,6%.
In realtà tra il 2001 e il 2006 è diminuita solo dello 0,7% (dal 41,3 al 40,6%) e negli ultimi due anni, al netto dei condoni, è addirittura aumentata (dal 40 al 40,5%). Mente quando dice che oggi sono oltre 10 milioni i contribuenti in più che non devono fare la denuncia dei redditi, mentre in base alla combinazione no tax area/deduzioni sui carichi familiari la quota di cittadini esenti è ferma a 4,3 milioni. Ora Prodi alza i toni, e accusa i mestatori del centrodestra con una parola grossa: delinquenti. Ma in tutta onestà, la performance del centrosinistra sullo stesso tema, in questi ultimi giorni, è quasi surreale. A sentire i tanti, troppi leader che discettano quasi sempre a sproposito di tassazione delle plusvalenze e di revisione degli estimi, sembra di riascoltare l´immaginifico motto di Leo Longanesi: il contrario di quello che penso mi seduce come un mondo favoloso.
Se il Polo pecca per “delinquenza politica”, l´Unione difetta per “incoerenza mediatica”. Il centrosinistra aveva impiegato quasi dieci anni per liberarsi di un pregiudizio vero ma un po´ ingeneroso: quello di rappresentare il “partito delle tasse”. All´avvio di questa campagna elettorale, Prodi era riuscito a fare la prima mossa, e a farla giusta: l´annunciato taglio di 5 punti del cuneo contributivo ha spiazzato i liberisti alle vongole della Cdl e, forse per la prima volta da qualche anno a questa parte, ha costretto il Cavaliere a inseguire. Il Professore ha avuto in mano l´agenda del confronto politico per diversi giorni, accumulando un discreto start up di credibilità politica e di attrattività elettorale. Ma in pochi giorni, questo “capitale” rischia la più autolesionistica delle dissipazioni.
Già a partire del primo faccia a faccia in tv con Berlusconi, il leader dell´Unione è apparso un po´ evasivo sulla copertura finanziaria: 10 miliardi di euro non sono uno scherzo, per un bilancio pubblico anelastico come quello italiano. Da quel 14 marzo in poi si è innescato un pericoloso cortocircuito. Si è parlato di tassazione delle rendite. Prima le rendite immobiliari: così si è aperto lo spinoso capitolo dell´aggiornamento degli estimi catastali, che preoccupa svariati milioni di possessori di prime e seconde case. Poi le rendite finanziarie: così si è sfruculiato il nervo scoperto della rimodulazione delle imposte tra i titoli di Stato e i depositi bancari, che viola l´antico tabù della “tassazione dei Bot”, ormai poco più che simbolico per tante famiglie (subirebbero un aggravio fiscale di appena 25 euro l´anno) ma pur sempre evocativo di nuove stangate e di vecchie patrimoniali.
Infine si è rilanciata l´imposta di successione, che in uno stato etico come gli Stati Uniti (nonostante le riforme “classiste” di Bush il Giovane) viene considerato fin dai tempi dei costituenti di Filadelfia un “pilastro” del patto tra le generazioni, mentre in un paese cinico come l´Italia viene vissuto come uno “scippo”. E non a torto, se si prendesse per buona l´ultima sortita di Bertinotti: colpire l´asse ereditario da un tetto fissato ad appena 180 mila euro (come piacerebbe al leader di Rifondazione) significa mettere le mani in tasca a più del 40% dei contribuenti. Altro che pauperismo: siamo al masochismo.
Su questa “matematica sbronza” dell´Unione (per usare una formula efficace di Paul Krugman applicata alla riforma fiscale dei repubblicani americani) il Polo ha banchettato e banchetta da giorni. Il centrosinistra non riesce a dire una cosa semplicissima: non stangheremo mai nessuno, ma salveremo sempre l´einaudiana funzione morale dell´imposta e la sua consustanzialità a un sistema di protezione sociale, solidale e universale. Il centrodestra riesce a rilanciare un clichè falso ma insidioso, se è vero che oggi come agli albori di tutte le democrazie occidentali moderne gli elettori votano con la mano sul portafoglio: sono sempre i soliti, sono i Dracula che presiedono l´Avis, sono i truci esattori che pensano solo a ingrassare lo Stato-Leviatano di Hobbes.
Prodi, a poco più di una settimana dalle elezioni, ha la competenza e l´intelligenza per interrompere subito questa subdola spirale, alimentata dagli avversari, ma autoprodotta dagli alleati. Può e deve farlo non con gli improperi, ma con un progetto di politica fiscale chiaro sul piano tecnico, condiviso sul piano politico e possibilmente non punitivo sul piano sociale. Il Cavaliere, soprattutto in questo decadente scenario di fine regime, ci ha abituati all´insulto e allo sberleffo, alla gazzarra e alla mattana. Ma il Professore, se vuole davvero rappresentare il modello alternativo della “serietà al governo”, non può cadere nei tranelli dell´avversario. Anche perché, soprattutto in Italia e soprattutto a dieci giorni dal voto, rischia sempre di valere una nota parafrasi della legge di Murphy: se qualcosa può andare a destra, lo farà.