Tra il dire e il fare c’è di mezzo un congresso

Replicando alle critiche formulate da Rossana Rossanda circa l’esito del recente congresso del Prc (secondo Rossanda si rischia di ottenere la compattezza del partito a mezzo di «perpetue esclusioni», sicché oggi «Rifondazione comunista appare più comandata e governata» che in passato), Paolo Ferrero obietta che lo scontro interno è cominciato già a Genova e si è poi sviluppato su altre questioni, come la sinistra europea e la non violenza. Preso atto di profonde divergenze, la maggioranza vicina al segretario si sarebbe vista costretta a modificare struttura e compiti degli organismi dirigenti per potere «attuare» la linea politica. Nessuna forzatura autoritaria, dunque: solo la necessità di evitare l’«immobilismo» che discenderebbe dalla partecipazione delle minoranze all’«applicazione» della linea. La ricostruzione storica prospettata da Ferrero meriterebbe una risposta analitica, qui impossibile. Stiamo al dunque. Ferrero fa riferimento ai contrasti «tra maggioranza «bertinottiana e area dell’Ernesto». Omette il fatto che lo scontro congressuale ha coinvolto anche altre componenti del Prc, a cominciare da quella «movimentista» di Malabarba e Cannavò, che su molte questioni (a cominciare dal rapporto con il movimento) era su posizioni coincidenti con quelle dell’attuale maggioranza. Qualcosa dunque non funziona nella spiegazione proposta. Ne suggerirei un’altra.

Tutto il congresso (sin dalla scelta delle mozioni contrapposte) è vissuto sul presupposto che la ricerca di convergenze tra posizioni diverse produce confusione e pasticci. Invocando «chiarezza», la maggioranza vicina al segretario ha deciso di applicare all’interno del partito quella logica maggioritaria che condanna all’esterno. Chi vince decide per tutti. Con quale giustificazione? Proprio con quella addotta da Ferrero: si può discutere insieme finché si vuole, ma quando arriva il momento della «pratica politica» occorre che un orientamento prevalga. E chi potrebbe ragionevolmente negare alla maggioranza il diritto di affermare il proprio?

Varrebbe la pena di osservare che il tanto celebrato Marx – per citare una figura a tutti cara – avrebbe molto da ridire su questa compartimentazione tra il dire (il «discutere quale linea seguire») e il fare (l’«attuarla»). Ma, anche senza scomodare astruse questioni filosofiche, appare chiaro che cosa si ha in mente quando si istituisce una netta separazione tra discussione e applicazione. Si ha in mente che chi «applica» deve essere un soggetto diverso da quello che «discute». E deve essere diverso perché a sua volta quanto dovrà essere «applicato» sarà diverso – lo si sa già – da quanto si sarà «discusso». Questo è il punto. E questo spiega perché nel concepire il nuovo Statuto del partito si sia avuta tanta cura nel separare le sedi e i soggetti della discussione (una discussione fine a se stessa, alla quale quindi potranno partecipare tutte le componenti) dai luoghi e dagli organismi preposti a «fare politica». Le minoranze potranno ben dire la loro, ma di ciò dovranno accontentarsi, pena l’«immobilismo» del tutto: un immobilismo che a giudizio di Ferrero sembrerebbe aver sin qui caratterizzato la vicenda di Rifondazione Comunista.

È un’interpretazione malevola? Non pare, visto che è quella che si ricava anche dalla risposta data a Rossanda da Rina Gagliardi qualche giorno fa. Anche per Gagliardi il problema è «la necessità dell’agire politico», che evidentemente è appannaggio della maggioranza. E le minoranze? Piombo nelle ali, le si è graziosamente e non casualmente definite ancora di recente. Ciascuno giudichi come crede. Ma tenga conto del paradosso di un ragionamento che trascura un fatto politico di prima grandezza. La linea politica di Rifondazione oggi (dal 2003) ricalca (salvo la rinuncia a vincolare a precisi impegni programmatici l’accordo con il centrosinistra) quella suggerita dall’Ernesto, che da gran tempo (sin dal 2001, quando l’attuale maggioranza dichiarava «morto» il centrosinistra ed «esauriti» i margini del riformismo) chiede l’apertura di un confronto con le altre forze di opposizione per cacciare Berlusconi. La «linea» dunque può cambiare di 180 gradi: quel che non deve essere messo in discussione è chi detiene il monopolio della sua «applicazione».