Tra i socialisti francesi ha già vinto il grande centro

Doveva essere l’ora della resa dei conti, dell’alternativa possibile o addirittura di una dolorosa separazione tra le varie anime del socialismo francese. Non è andata così. Il Congresso che si apre oggi a Le Mans è l’ennesima tappa di una transizione senza fine che, dalla catastrofe delle presidenziali del 2001, alla frattura del referendum sulla Costituzione europea della scorsa primavera, affligge il primo partito della sinistra transalpina.
Di trauma in trauma, invece di trarre linfa e insegnamento dal fermento sociale, invece di ascoltare i segnali che provengono dalle urne e dalle piazze, il Ps si è progressivamente chiuso in se stesso, cimentandosi nello stucchevole duello delle correnti, nel pugilato delle dichiarazioni. Un ritorno alla “normalità” delle lotte intestine proprio mentre il governo liberal-gollista viene incalzato dalle contestazioni sindacali, soffre l’emorragia di consensi tra gli elettori e si dilania a sua volta nel conflitto sotterraneo tra il clan del presidente Chirac e quello del ministro dell’interno Nicolas Sarkozy.

Un ritorno alla “politique politicienne” che a questo punto sembra un destino inevitabile per classe dirigente socialista, sempre la stessa da quasi 20 anni, dalle «eterne promesse» Martine Aubry e Segolène Royal, ai «grandi vecchi» come Jack Lang ai “modernizzatori” come Strass-Kahn. In questa dinamica involuta è scontato che a imporsi sia il grande centro, ossia lo status quo.

Così, il successore del grigio Hollande alla guida del partito sarà ancora una volta il grigio Hollande. Con il 53,6% di consensi raccolti nei congressi di federazione (ma tra gli elettori socialisti è uno dei leader meno amati), l’attuale segretario distanzia di trenta punti la sinistra interna di Emmanuelli, Peillon e Montebourg (23,5%), infliggendo una dura lezione all’ex compagno di corrente Laurent Fabius (21%) e alle sue smodate ambizioni presidenziali. Gli scampoli vanno alla mozione “antisviluppista” Utopia (1%) e a quella “migliorista” (0,6%). Il primo elemento che emerge da queste cifre è che il campo del No al Trattato europeo non è riuscito, anzi non ha voluto trovare una strategia comune per imprimere una svolta «epocale» alla sinistra francese come si vociferava nei mesi che hanno preceduto i dibattiti congressuali. Al contrario, nello spazio di sei mesi quel formidabile capitale politico è stato seppellito dal piccolo cabotaggio dei personalismi, delle ripicche, degli sgambetti reciproci.

Il caso Fabius però merita un discorso a parte. L’ex primo ministro e pupillo di Francois Mitterand fino a un anno fa era uno degli alfieri della componente modernista del partito. Sostenitore di Maastricht e del libero mercato, fustigatore degli «arcaismi» della gauche per almeno un decennio e mezzo, Fabius ha improvvisamente avuto un’intuizione (il No della Francia al Trattato europeo) e su quell’intuizione ha pensato di dare un’accelerazione alla sua carriera: diventare il candidato socialista all’Eliseo per il 2007 cavalcando il radicalismo e il malessere sociale che attraversa il Paese. Ha perso la scommessa.

I candidati alla presidenza, eccetto colpi di scena, saranno dunque scelti in una rosa che non comprenderà il nome di Fabius; in prima linea emergono il profilo mitterandiano di Jack Lang, il riciclato Strauss-Khan o al massimo l’outsider Segolène Royal, moglie di Hollande e interprete di una linea “zapateriana”. Allo stesso tempo, il compitino congressuale sarà cercare «la sintesi», parola magica che Hollande va sbandierando da settimane allo scopo di tranquillizzare le minoranze e di continuare a guidare il timone della barca per almeno altri due anni.

«Ci vorrebbe un miracolo, un sussulto d’orgoglio per evitare un esercizio di amaro narcisismo», ironizza il Nouvel Observateurs, storico magazine della borghesia di gauche per il quale la kermesse di Le Mans non è altro che «un gioco al quale tutti giocano senza crederci più di tanto». Anche se il tasso di partecipazione nelle sezioni è stato altissimo, con circa 100mila votanti su 120mila iscritti, si è trattato di una prova di forza tra gli iscritti di cui una buona metà è composta da eletti nelle amministrazioni locali e dai loro portaborse.

Tutta gente che aveva e che ha qualcosa da perdere e da guadagnare dalle spartizioni e dai piccoli compromessi di Le Mans. In tal senso, il grande problema del Ps è la legittimità di un’organizzazione animata da funzionari e professionisti della politica, un partito praticamente privo di base popolare e la cui funzione principale, come osserva il politologo Jèrome Jaffre sulle colonne di Le Monde, la funzione principale dei socialisti consiste nell’essere «un ricettacolo elettorale del malcontento verso la destra, una formazione che privilegia la sua vita interna a discapito dei rapporti con l’esterno». L’impietosa analisi di Jaffre, il quale evoca addirittura le «primarie all’italiana» come unica soluzione alla crisi, non risparmia la qualità della linea politica “tout court” e nella fattispecie le continue piroette che i socialisti compiono ogni qual volta un problema esterno viene a turbare le acque chete del politicismo interno: «Di fronte a una destra securitaria tutta ordine e disciplina il Ps ha paura di mostrarsi lassista ai francesi, non capendo che su quel terreno verràsempre sconfitto dalla destra». La crisi delle “banlieues” è in effetti un esempio pregnante di come il partito sia un corpo ondivago e congruamente opportunista: quando due settimane fa Sarkozy ha riesumato le leggi speciali dell’armadio degli orrori della guerra d’Algeria e ha imposto il coprifuoco per i minori di 16 anni, la maggioranza del Ps ha approvato la misura senza grandi mal di pancia, magari dopo aver dato un’occhiata ai sondaggi apocalittici pubblicati dai media. Salvo poi, bersagliato dalle critiche, votare contro l’estensione dello stato d’emergenza in Assemblea nazionale la settimana successiva. Le pur deboli manifestazioni di piazza della sinistra contro la deriva repressiva del governo sono state scoraggianti predicazioni nel deserto, dove l’assenza dei socialisti brillava ancor più della (scarna) presenza della gauche radicale nelle strade indifferenti di Parigi e di altri centri del Paese.

E dire che dalla vittoria delle regionali dello scorso anno il Ps si era candidato a federare tutte le anime della contestazione alla destra autoritaria e liberista in un solo progetto politico, tentando addirittura di aprire una corsia preferenziale di dialogo con i movimenti “altermondialisti”. Per provare a dare un po’ di respiro all’evento ieri ha parlato Lionel Jospin, lontano da quattro anni dalla vita politica attiva ma sempre più enfatico pretenzioso nei suoi interventi: «Quello di Le Mans è uno degli appuntamenti politici dell’anno, il socialismo è un’idea, un’etica e un metodo per affrontare le grandi sfide della nostra epoca», ha esagerato l’ex premier della sinistra plurale. L’ordine del giorno e la posta in gioco del 74esimo Congresso dei socialisti francesi non sembrano però dargli ragione.