Tra i rifiuti della modernità

Ad affrontarla in chiave macroeconomica, la realtà del lavoro tende a smaterializzarsi. L’ opinione pubblica vede le cifre aggregate sull’ occupazione, mette a fuoco totem politici e polemici come la «legge Biagi», mentre il dibattito pubblico si divide sulla flessibilità. Il mercato del lavoro si risolve in una macchina impersonale e anonima, in cui domanda e offerta si equilibrano in modo enigmatico. Di fronte ai numeri, alle percentuali, alle curve, alle statistiche, si perde di vista che il confine tra la flessibilità e la precarietà è una linea sottilissima, su cui si muovono esistenze individuali rese instabili da un’ incertezza perenne. In questi giorni esce da Einaudi/Stile libero un volume di Aldo Nove che appare in perfetta controtendenza rispetto alla vulgata del lavoro flessibile: Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… (pagg. 182, euro 12,50). Un libro apocalittico, sgradevole, fuori moda. Che non tratta ottimisticamente l’ età dei «lavori», ma espone la difficoltà di vivere nel mondo del lavoro frammentato, degli stage, dei contratti a progetto, dei mestieri sottopagati, del lavoro «nuovo, ineffabile». Comprende 14 «storie» di giovani (ma non solo di giovani), raccontate attraverso altrettante interviste, apparse fra il 2004 e il 2005 sul quotidiano Liberazione. Sono tutte vicende piuttosto simili. La protagonista della prima storia, quella che dà il titolo al libro, riesce a sintetizzare efficacemente la sua condizione di lavoratrice precaria. Lavora in una scuola per studenti lavoratori, con un contratto a ore, a cui aggiunge il reddito altrettanto incerto dell’ insegnamento in un corso regionale, varie collaborazioni, alcune retribuite, altre gratuite. Su tutto incombe «l’ ansia della sopravvivenza». Peggio, l’ assillo del quotidiano: «Se mi fermo adesso che succede?. Il quotidiano è dappertutto. Ti senti una bambina di quarant’ anni». Che si tratti di un pastore sardo, «schiavo con la partita Iva», di un insegnante burocraticamente stritolato dalle supplenze, o di uno «specializzato tuttofare» nel settore televisivo che lavora diciotto ore al giorno e senza ferie, ci si ritrova sempre davanti una «manovalanza riciclabile come plastica». Se si rifiuta un lavoro, c’ è sempre un precario di riserva pronto ad accettarlo per un compenso inferiore. Perché il principio del mondo sopravvissuto alle ebbrezze della new economy è semplice: «Lavorare gratis. O alla minore retribuzione possibile». Ciò che le statistiche nascondono è il grado di alienazione reale che ciò comporta: «C’ era la quarantenne con due figli che ogni giorno si faceva sessanta chilometri per venire e sessanta per tornare, e cercava di piazzare dei prodotti di cui non sapeva nulla, che non la interessavano». Oppure la venticinquenne angosciata che beve di nascosto. Il lavoro stralunato nei call center. Le identità fittizie in panorami urbani disintegrati, come racconta Fabio, l’ anarchico che cerca un riscatto dall’ anomia consumista ristrutturando un rudere con le proprie mani: «Negli anni Ottanta i comunisti erano quelli vestiti male. Vestiti male allo stesso modo. Mentre i paninari erano quelli vestiti bene allo stesso modo». Fra questo sottoproletariato respinto dalla revisione politica moderata del Pci, ed escluso dal ciclo euforico del consumo, nascono spontaneamente mitologie negative: il lavoro è una merce senza né valore né plusvalore, la nuova moneta artificiale del congegno capitalista, un feticcio svalutato. Le agenzie del lavoro interinale sono «caporalato legale». In certi momenti si avverte un’ eco che assomiglierebbe agli slogan distruttivi degli anni Settanta, ai tempi dell’ operaio massa, «a salario di merda, lavoro di merda», se nell’ anomia del Duemila non mancasse ogni possibilità di socializzazione della protesta. Infatti ogni disagio sprofonda in un amorfo e penoso spessore individuale: «Ma quando arriva, questo futuro? Mi sembra che noi giovani siamo tutti bloccati, immersi dentro delle sabbie mobili». Questa autopercezione si traduce nella certezza che «siamo la prima generazione di figli destinati a essere e a rimanere più poveri dei padri». Esitano a dirlo gli economisti, rifiutano di riconoscerlo i politici, tocca a uno scrittore, un fenomenologo della contemporaneità marginale cercare di descriverlo. Quando parla Nove, nelle premesse alle interviste, la sua è una denuncia espressa in uno stile letterario che forse non sfugge alla maniera. Ma dalle parole dei protagonisti, registrate nitidamente, emerge un sub-mondo in cui l’ umanità viene dissipata. Forse questi «rifiuti» della modernità «liquida» (Zygmunt Bauman) sono il prezzo pagato al circuito non scalfibile dell’ economia globale. Sono un’ «esternalità», un prezzo invisibile al mercato, ma che alla fine, in quanto genera sfiducia ed estraneità, perdita di senso ed esclusione, incide inevitabilmente sul bilancio della società intera.