Tra figli e frullatori la vita frustrata di una donna americana

A quarant’anni dall’esordio torna un capolavoro, una pietra miliare del femminismo: il romanzo di Sue Kaufman, Diario di una casalinga disperata , lodevolmente ripubblicato in questo 2007 dalla Einaudi (pp. 339, euro 12,00).
La Kaufman (nata a New York City nel 1926 e lì morta nel 1977) matura la sua opera maggiore nella fase alta del primo consumismo americano: auto, frigoriferi, frullatori e l’icona di una donna schiava – sorridente e appena uscita dal parrucchiere – ad attendere il maritino che torna stanco dal lavoro.
E’ la fase che la Betty Friedan, nel saggio La mistica della femminilità (1963), descrive come quella della grande infelicità delle donne. Tra il 1920 ed il 1960, scrive la Friedan, la percentuale di donne laureate e avviate nel mondo del lavoro aveva subito una netta diminuzione ed era invece in crescita il numero delle ragazze che si sposavano prima di completare la scuola secondaria e delle casalinghe che ricorrevano all’uso dei farmaci e alla psicoterapia per combattere la solitudine, il senso di vuoto e la depressione.
Dunque, lucidatrici nuove e giro di vite sulla condizione femminile; come dire: nuovo sviluppo capitalistico funzionale sia al massimo profitto che al rafforzamento del patriarcato.
Nel romanzo della Kaufman la protagonista è Bettina Balser, un’intellettuale che si sposa con (contro?) Jonathan, un simpatizzante del Partito democratico che, appena assunto, dopo il matrimonio, come “Avvocato delle Multinazionali”, subisce una trasformazione totale: da progressista kennediano diviene il carrierista assoluto, tutto dollari, ordine sociale venato da razzismo e tirannia domestica.
Evocato dalla realtà sociale tramite la magia letteraria della Kaufman, il percorso matrimoniale di Tina Balser è terrificante. Dal suo diario: «Silvie (la prima figlia della Balser, n.d.r.) aveva quasi un anno, Jonathan all’improvviso mi disse che pensava fosse il momento di mettere in cantiere un altro figlio…Disse, e posso citarlo a memoria perché non lo dimenticherò mai – Passi circa il novanta per cento del tempo a prenderti cura di una sola bambina, quindi perché non essere pratici e dedicare il cento per cento a due?».
Dall’amore per Proust e per la libertà, in tempi brevi la Balser si ritrova senza lavoro, soffocata nelle stanze sempre più colme di oggetti di valore senza nessun valore, con due figlie da accudire, un cane da portare al parco e l’attesa di un marito sempre più innamorato dei salotti buoni e dagli abiti di marca, come un elegantissimo e nauseabondo personaggio dell’odierno romanzo splatter americano. Tutto ciò ratificato dallo psicoterapeuta della Balser (e del potere): «devi essere una donna e una donna è una moglie». Lo sbocco, per Tina, è quello descritto dalla Friedan: infelicità assoluta, fobie, psicofarmaci, alcool, sino alla via di fuga di un tradimento sessuale, anch’esso falso e infelice.
Poiché parliamo anche di letteratura, occorre rimarcare un paradosso: Jonathan, con le sue pulsioni piccolo borghesi, diviene – lui – una sorta di madame Bovary degenerata, tutta protesa – sino al suicidio (morale) di sé – alla ricerca dell’alta società, mentre è la Balser a proletarizzarsi, divenendo, socialmente, un urlo alla Munch, un’operaia di Zola.
Nelle opere con un “messaggio” il rischio del pamphlet è forte. Viene superato se la letteratura è vera: allora rimanda ancor più della vita apparente; i personaggi, da cartacei, divengono donne e uomini in “carne ed ossa” (e spirito, per aggiungere qualcosa al dettato tautologico di Gramsci). Il romanzo della Kaufman può oltrepassare il saggio femminista in virtù della sua felicità letteraria, di un linguaggio che nulla ha a che vedere con l’enfasi di un Hemingway e partecipa invece alla costruzione di una nuova lingua, tersa e rivoluzionaria come quella di un Faulkner o, non casualmente, di una Sylvia Plat.
E siamo al cuore delle cose: il titolo del romanzo è Diary of a Mad Housewife (e l’opera della Kaufman è così grande, mitopoietica, che produrrà un intero genere letterario anglo-americano: la mad house-wife novels ). Mad, in inglese, ha il doppio significato di pazza, arrabbiata. Non esattamente disperata, come è tradotto in italiano. E pazza e arrabbiata (nel senso di impazzita per la vita disperata e arrabbiata per liberarsene) Tina, il personaggio della Kaufman, lo è come lo sono state Sylvia Plat, la poetessa femminista de La campana di vetro (1963), suicidatasi all’età di trentuno anni, e l’altra poetessa della liberazione femminile, Anne Sexton ( autrice di Transformation , 1972, altra pietra angolare della rivoluzione femminista) uccisasi col monossido di carbonio nel 1974. Disperate come lo sono state milioni di donne, mogli, lavoratrici.
Dalla prima pubblicazione del Diario sono passati quarant’anni: passando dalla disperazione alla lotta le donne hanno cambiato il mondo per tutte e per tutti. Certo non completamente, se ancora avvengono fatti come quello di pochi giorni fa a Milano: un marito, per gelosia, costringeva sua moglie a vivere chiusa in casa, controllata da una telecamera. E se ancora le prime ad essere licenziate, nelle fabbriche “in crisi”, sono le donne. Che la lotta, dunque, continui. Contro l’ordine capitalistico e patriarcale, assieme a noi (uomini) e, naturalmente, anche contro di noi.