Tra Chavez e Porto Alegre

Iguru di questo e dei forum precedenti si vedono poco in giro o nell’infinità dei panel che si susseguono a ritmo frenetico e disordinato nelle varie sedi designate intorno o non tanto intorno all’hotel Caracas Hilton. In genere li si può vedere di sfuggita in qualche angolo della hall confabulare con qualcuno oppure seduti in un tavolo appartato del bar con davanti un bicchiere di ottimo rum venezuelano o una bottiglietta di Coca-cola (la carne è debole), mentre subito fuori l’albergo un gruppetto sparuto ma chiassoso di giovani militanti colombiani grida slogan contro la “Coca-cola asesina” (di sindacalisti). I veterani di forum social-mondiali, giunto quest’anno alla sua sesta edizione, assicurano che «era così anche a Porto Alegre». Confusione più o meno piacevole, incontri più o meno casuali, sovrapposizione di temi e persone, politici scafati e irrecuperabili sognatori, gente famosa e gente sconosciuta, giovani saccopelisti e vecchi hippies americani ingrigiti che si sono portati dietro la figlioletta sedicenne con piercing sull’ombelico e tatuaggi del Che, professionisti di forum e vertici che non mancano mai e personaggi folclorici che chiedono di essere notati, ex-todopoderosos caduti in disgrazia che ormai nessuno ferma più per chiedergli l’intervista (come accade a José Dirceu, fino a pochi mesi fa il numero due dopo Lula nel governo del Brasile e poi, in rapida sequenza, costretto a dimettersi da ministro della Casa civile e cassato da deputato federale) e nuove star di giornali e tv ricercatissime e seguite da codazzi di gente e telecamere, come accade per la madre coraggio americana Cindy Sheehan, la cui agenda la tiene qui chissà perché un barbudo cubano incaricato di filtrare le richieste e di dare le buche (l’ha data anche a noi, ieri mattina). Se «era così anche a Porto Alegre», per sovrapprezzo a Caracas c’è anche la suddivisione del Forum e dei suoi eventi in luoghi diversi della città. Che era già famosa per il suo traffico caotico e che adesso, per la gioia della livida opposizione anti-chavista e dei suoi giornali, ha un altro argomento su cui vomitare la sua rabbia impotente. Oltre a quello scontato dei costi della grande kermesse, generosamente coperti dal governo venezuelano che con quei soldi avrebbe potuto sfamare chissà quanti bambini poveri, costruire chissà quante scuole, aprire chissà quante cliniche. Qui a Caracas i luoghi degli eventi sono almeno quattro o cinque: la hall e i saloni dell’Hilton, il complesso del teatro Teresa Carreño proprio di fronte, l’università centrale del Venezuela, il terreno dell’aeroporto urbano di La Carlota, due o tre parchi dove sono state piazzate le tende dei saccopelisti, bagnati in questi giorni di pioggia intermittente fuori stagione: il Parque del Oeste, il Parque Los Caobos, il Parque del Este vicino alla Plaza Altamira. Un sintomo quest’ultimo di come sono cambiate le cose qui in tre anni: all’inizio del 2003, in pieno sciopero padronal-sindacal-petrolifero-golpista, la Plaza Altamira era il cuore dell’opposizione che voleva liberarsi di Chavez paralizzando il paese e sarebbe stato impensabile piazzare un accampamento ed eventi grosso modo riconducili al governo in un luogo come quello.

Insomma, muoversi non è facile. Districarsi ancor meno. Il programma dei cinque giorni è talmente grosso da sfogliare che sembra il programma di governo dell’Unione per le prossime elezioni in Italia. I giovani volontari sguinzagliati dall’organizzazione fin all’arrivo all’aeroporto di Maiquetia sono gentili, sorridenti, disponibili ma hanno difficoltà a raccapezzarsi anche loro. Le sale stampa sono dotatissime di computer ma non riescono a dirti quanti e chi sono i partecipanti stranieri, dove si tiene quello o quell’altro meeting. Si vaga dall’Hilton al Teresa Carreño, si va e si torna, si vede gente, ci si scambiano indirizzi e pacche sulle spalle, si entra nei teatri e nelle sale, molte volte piene e molto partecipate, ci si accascia nel bar dell’albergo esausti con un rum “Selecto” per tirarsi su. Vita da forum. Non c’è da lamentarsi. L’attesa, quanto più si avvicina il giorno di chiusura, è per capire come finirà. Per questo i guru si vedono poco in giro e nei panel: stanno sicuramente rintanati al chiuso di sale più discrete discutendo e magari litigando sulle linee strategiche che il movimento dovrà adottare a partire da lunedì. I veterani degli altri forum dicono che questa volta almeno in pubblico il dibattito e gli scontri sono stati molto meno virulenti che a Porto Alegre.

Anche a Caracas si ruota a due strade: l’indipendenza rigorosa e ostinata della rete dei movimenti sociali da salvaguardare di fronte ai governi, per quanto amici essi possano essere, ovvero l’esigenza di articolare alcuni obiettivi principali una serie di grandi obiettivi “minimi” su cui convogliare le energie e le forze dei movimenti – le guerre americane, l’Alca, il Wto sono quelli più ovvii – cogliendo appieno l’opportunità storica offerta qui in America latina dall’irruzione sulla scena politica di governi amici a vario titolo e grado: Chavez in Venezuela, Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia fino ai pallidi e controversi Lula in Brasile, Vazquez in Uruguay e Michelle Bachelet in Cile. Nulla di nuovo rispetto all’anno scorso quando «il gruppo dei 12» (il direttore di Le Monde Diplomatique Ignacio Ramonet, Eduardo Galeano e altri) presentò in chiusura un documento che indicava questa seconda direzione, provocando le irate reazioni degli «indipendentisti».

Se la decisione sul che fare da domani è il nodo che si presenta sempre, a un determinato momento, ai movimenti sociali, una novità rispetto ai forum precedenti c’è e consiste nel numero crescente di governi «amici» che da Porto Alegre a Caracas si schierano sul campo di battaglia. L’anno scorso non c’era la Bolivia di Evo Morales, che non sarà una potenza come il Brasile o il Venezuela ma il cui valore simbolico è straordinario. Come ha detto il vecchio guerriero rosso-verde Emilio Molinari, che presiedeva ieri il Foro del Agua in un’aula della Universidad central de Venezuela, «i movimenti sociali hanno pesato nel cambio della politica, specie in America latina, e ora dentro i governi c’è gente che si riconosce nei movimenti sociali». Quindi la necessità di mantenersi autonomi dai governi ma di interloquire e collegarsi con i politici-politici e con i governi. Per passare, come ha detto la compañera Adriana, sindacalista uruguagia, «dalla democrazia rappresentativa alla democrazia partecipativa». Lo stesso Foro del Agua ha articolato una proposta globale sull’acqua come «diritto umano, bene comune e bene pubblico» da sottrarre «alla mercantilizzazione e alla privatizzazione», che sarà presentata ai vari governi e istituzioni internazionali al prossimo vertice mondiale sull’acqua di Città del Messico. E non è un caso che fra gli interventi previsti ieri ci fosse quello di Abel Mamani, leader della battaglia dell’acqua contro la transnazionale francese Suez Lyonnaise des Eaux a El Alto, la città satellite di La Paz, che non è potuto venire a Caracas perché appena nominato ministro per le risorse idriche da Morales (c’era però il piccolo grande Oscar Olivera, l’eroe della «guerra dell’acqua» di Cochabamba). Vedremo presto cosa uscirà dal cilindro degli incontri dei guru del movimento e delle varie istanze in sui si stanno discutendo i pro e i contro dell’una o dell’altra strada: il Consiglio internazionale del Forum, il Consiglio emisferico delle alleanze sociali, l’assemblea dei movimenti sociali, l’alleanza sociale continentale. Nell’attesa la gente continua il suo andare e venire nella hall del Caracas Hilton, davanti a un rum “Selecto” o – contraddizione interna al movimento – a una Coca-cola.