Tra alleanze e scontro di classe, due partiti in uno

ORA sono due partid in uno. Divisi da un fossato profondo. E chissà se potrà durare. Nichi Vendola ha promesso: «Non arretreremo in Rifondazione neanche per un attimo, neanche per un millimetro». Ma ieri lo spettro della scissione volteggiava, eccome, tra i rancori del congresso. Tanto che per tentare di scacciarlo veniva continuamente evocato. «La convivenza sarà problematica» ammetteva Claudio Grassi, il pontiere sconfitto della mozione Ferrerò. «Il partito è oggettivamente a rischio» commentava Alfonso Gianni. Rifondazione è reduce da una sconfitta elettorale che tutti hanno definito «storica». Da un ridimensionamento che minaccia la sua esistenza.
Ma la scelta di Paolo Ferrerò è stata quella di mettere in minoranza il 47,3% del partito e un bel pezzo del suo gruppo dirigente storico. Non solo. Di riunire in un fragile compromesso tutte le frange ultraminoritarie – i trozkisti, i comunisti dissidenti – da sempre tenute ai margini di Rifondazione. Avrebbe dovuto esultare ieri Marco Ferrando (che abbandonò il Prc due anni fa e poi ha fondato il Pel) per la «sviolta a sinistra». Invece commentava: «Non può reggere una maggiioranza così contraddittoria».
Intanto Vendola, il vincitore designato poi costretto alla più clamorosa delle sconfitte, ha annunciato la costituzione di un’area autonoma. Si chiamerà «Rifondazione per la sinistra». Avrà una sua struttura nazionale. E una sua pubblicazione. Sarà di fatto un partito nel partito. Nonostante gli annunci di ieri, infatti, non si limiterà alla battaglia interna, ma parteciperà al dibattito pubblico e cercherà inevitabilmente relazioni con le altre forze della sinistra e del centrosinistra. Peraltro, il profondo fossato che divide le due metà del Prc non è stato scavato solo da risentimenti politici e personali. Per costruire la coalizione pro-Ferrerò sono stati tagliati tutti i ponti possibili tra le due principali mozioni, compresalamediazio-ne di Fausto Bertinotti. E oggi i due partiti presentano anime diverse prima ancora che analisi divaricanti. Più che la scelta, per molti aspetti ovvia, di Vendola di rinunciare ad ogni incarico in segreteria per sé e la sua componente, colpivano ieri le parole durissime rivolte ai compagni-avversari. «Il documento di maggioranza è la sanzione della fine della storia del Prc, almeno per come l’abbiamo conosciuto» ha detto Vendola. Che poi ha parlato di «pesante arretramento culturale», «di regressione infan-tilista», di «marginalità estremista». Nel linguaggio del vecchio Pei erano parole che si rivolgevano ad avversari esterni, non interni.
I due documenti politici contrapposti, quello vincente di Ferrerò e quello istitutivo dell’area «Rifondazione per la sinistra», contengono ovviamente sovrapposizioni e acrobazie verbali. Ma le fondamenta sono distanti. Vendola continua a collocare Rifondazione nel popolo della sinistra, in lotta con il Pd e il sindacato, tuttavia non in un luogo separato. Ferrerò invece ritiene che la sconfitta storica sia figlia esattamente di questa contiguità e che il Prc per rifondarsi debba comporre un suo popolo, usando la leva dei conflitti sociali, anzi di un nuovo «conflitto di classe».
La rottura con il Pd, il no ad un nuovo centrosinistra, le riserve anche sulle alleanze locali e invece l’apertura al Pdci (imposta da una delle mozioni minoritarie) hanno al fondo questa origine. «Non è una caso – commentava Franco Giordano – che il nostro documento comincia con una critica al governo Berlusconi, il loro con un attacco al Pd». Ora Ferrerò cercherà di accorciare le distanze. Ma la sintesi pare impossibile. Come azzardare una previsione su cosa succederà di qui alle europee. Certo, fra qualche settimana anche la scissione sarà valutata più freddamente, come un’opzione sul tavolo. Molto dipenderà dalla tenuta della maggioranza di Ferrerò e dalle scelte che imporrà al segretario. Prima delle europee, però, i due partiti dovranno decidere il percorso futuro.