Torture incoraggiate dalla Casa Bianca: la stampa spara a zero

I due più importanti settimanali americani tornano a parlare di torture. Nuovi raccapriccianti dettagli sui metodi impiegati dall’amministrazione Bush nella guerra al terrorismo. Time svela il caso di un altro prigioniero fatto morire atrocemente nel car-
cere di Abu Ghraib; Newsweek mette in copertina un servizio intitolato «La verità sulla tortura». Si parte dall’Inquisizione spagnola di cinque secoli fa, con i preti che attizzano i carboni sotto la graticola per assicurarsi una piena confessione, e si arriva alle truppe Usa in Afghanistan e in Iraq. Vengono spiegate le tecniche di «tortura leggera» con cui viene fatta sciogliere la lingua ai prigionieri. Lo speciale è accompagnato da un lungo articolo che spiega perché gli americani hanno il dovere di ripudiare queste pratiche. Lo firma il senatore repubblicano John McCain, un veterano del Vietnam e un convinto sostenitore dell’intervento armato in Iraq. Mette in guardia la Casa Bianca che è stato passato il segno della misura e che urgono provvedimenti. Una sberla per il presidente, già in crisi di credibilità e sempre più invischiato nell’inchiesta parlamentare sulle false prove che sono servite a trascinare l’America in guerra: armi di sterminio e collegamenti diretti tra Saddam e Bin Laden.
«Dopo l’11 settembre ci siamo tolti i guanti – ammette Cofer Black, ex capo della divisione antiterrorismo della Cia su Newsweek – A un certo punto l’amministrazione Bush ha fatto sapere formalmente alla Cia che avrebbe avuto mano libera per l’uso di qualsiasi tecnica di tortura che non portasse alla morte o all’invalidità permanente del prigioniero». Una fonte governativa conferma quindi al settimanale che «la tortura leggera rappresenta uno strumento da usare con misura, ma indispensabile nella lotta contro il terrorismo organizzato». Tortura leggera, come mettere in testa al prigioniero un cappuccio sporco d’escrementi e lasciarlo in ginocchio, nudo, in una stanza gelida, senza acqua né cibo, per qualche giorno di fila. È solo un esempio, perché i militari americani in questo campo si sono rivelati estremamente creativi. E in queste circostanze la situazione scappa facilmente di mano. Time pubblica i documenti relativi alla morte di Manadel al-Jamadi, un iracheno arrestato la notte del 4 novembre 2003 nel suo appartamento a Baghdad. Il prigioniero arriva al carcere di Abu Ghraib con il volto tumefatto e sei costole incrinate. Viene trascinato sotto una doccia, appeso a una sbarra, le mani legate dietro la schiena, un sacchetto di plastica in testa. «Il sangue gli scorreva fuori dal naso come l’acqua da un rubinetto lasciato aperto». In queste condizioni la Cia inizia a interrogarlo. Va a avanti per circa 90 minuti, poi il cuore dell’uomo cessa di battere.
Il senatore McCain, mette in chiaro di essere grato all’amministrazione Bush per proteggere l’America, «ma con tutto il rispetto mi crea problemi la posizione secondo la quale questa guerra ci imporrebbe di adeguarci a un livello più basso rispetto agli imperativi morali che dovrebbero governare la nostra condotta in pace e in guerra. Ovviamente per sconfiggere i nostri nemici abbiamo bisogno di informazioni; ma informazioni che siano affidabili. Non dovremmo torturare o trattare in modo inumano i terroristi che abbiamo catturato. Il maltrattamento dei prigionieri non ci dà un vantaggio, ci penalizza nella guerra al terrorismo. Nella mia esperienza personale, le confessioni ottenute sotto tortura sono inattendibili. Il prigioniero è disposto a dire qualsiasi cosa pur di far cessare le sofferenze.
«Dal nostro impegno a rispettare i più elementari valori morali dipende – almeno in parte – il fatto che altre nazioni facciano altrettanto. Il maltrattamento dei nemici prigionieri mette in pericolo le nostre truppe, nel momento in cui vengono fatte prigioniere. Anche se alcuni nemici – e fra questi vi è senz’altro al Qaeda – non si riterranno mai vincolati da un principio di reciprocità, dovremmo comunque preoccuparci per gli americani catturati da nemici più tradizionali. Se non sarà in questa guerra, sarà nella prossima».