«Torturavano con un piacere sadico»

«In Iraq, come soldato riservista del 320° battaglione della polizia militare sono stato assegnato per sei mesi alla prigione di Abu Ghraib. Sono testimone dei crimini perpetrati dalle truppe Usa nei confronti dei detenuti iracheni. Eravamo al corrente dall’inizio delle atrocità commesse. I comandanti sapevano tutto e affiggevano le foto di quelle brutalità alle pareti dei quartieri generali come trofei. Il Pentagono e i politici non hanno interesse a far luce, né vogliono mostrare mutilazioni di cadaveri di detenuti torturati, o foto di soldati che si fanno riprendere accanto ai detenuti uccisi con le torture». Il riservista Aiden Delgado, di 24 anni, obiettore di coscienza, inizia la sua denuncia. Delgado fa parte dell’organizzazione dei reduci Iraqui veterans against the war e partecipa alla marcia del l8 marzo contro la guerra.

Quando è stato spedito come riservista dell’esercito in Iraq?

Dall’inizio dell’invasione al 1ý aprile del 2004 il mio battaglione venne assegnato a Nassiriya per sei mesi e sei mesi alla prigione di Abu Ghraib.

Quale incarico aveva?

Avevo fatto l’addestramento come meccanico e traduttore dall’arabo.

Come mai conosceva l’arabo?

Mio padre era diplomatico, sono cresciuto all’estero. Per sette anni ho vissuto in Egitto ed in Medioriente. Sono rientrato negli Usa nel 2000. Mentre ero al college, mi iscrissi come riservista dell’esercito. Il servizio era di due giorni al mese. Mi interessai ai testi del Sutra e diventai buddista. Mai immaginavo di finire a combattere in Iraq.

Quando è diventato refusenik e ha consegnato le armi?

Non appena messo piede in Iraq. Mi resi conto che la nostra missione era quella di uccidere gli iracheni che i soldati americani con sprezzo chiamavano gli hajii (arabi e mussulmani).

Ci racconta un episodio per capire il razzismo e la violenza che lei denuncia nella missione in Iraq?

In una delle spedizioni del nostro battaglione a sud dell’Iraq mi venne impartito l’ordine di guidare il nostro Humvee nel deserto. La destinazione era il ritrovamento di una fossa comune di kuwaitiani uccisi da Saddam Hussein. I resti dovevano essere rimpatriati per la sepoltura. Il sergente mi ordinò: «Afferra il cranio di questi scheletri. Voglio una foto che mi ritragga con il cranio in mano di questo hajii, li odio». Una scena surreale. Era un soldato della mia stessa unità, che fino a quel momento mi era sembrato un bravo ragazzo. Rientrato alla base militare mi recai dal comandante, consegnai le armi e dissi che non volevo più partecipare a uccisioni. Presentai la mia richiesta di obiettore di coscienza e dovetti rimanere sino alla fine del periodo a me assegnato in Iraq. Fu un periodo molto difficile, insultato come traditore da tutti gli 8 altri soldati del mio battaglione e privato di ogni protezione balistica dell’uniforme.

Quando è stato ad Abu Ghraib?

Dall’ottobre del 2003 sino al mio rientro in Usa nel 2004.

Ci racconti la sua esperienza.

Ero finito in un girone dell’inferno. Quotidianamente si perpetrava ogni atrocità e brutalità sui detenuti. Era una gara fra soldati a quanti più iracheni si riusciva a torturare e uccidere.

Sono stati uccisi detenuti iracheni?

50, durante la mia esperienza.

Ci racconti qualche episodio.

Il 24 novembre del 2003, i detenuti iniziarono una protesta: stavano ammucchiati in 60-80 nelle tende perché il carcere era sovraffollato. Erano stati colpiti da un’epidemia di tubercolosi e forme dissenteriche per il cibo marcio. I soldati del mio plotone vennero colpiti a sassate. Reagirono aprendo il fuoco contro detenuti disarmati. In quattro sono morti. Uno dei tiratori mi mostrò una foto: «Vedi, ho sparato a questo in faccia. Sono riuscito a spaccargli la testa. Ma ci sono voluti tre giorni prima che morisse dissanguato». Quei soldati svolgevano il loro compito con un piacere sadico.

Quale fu la reazione degli alti gradi militari ad Abu Ghraib?

Il comandante afferrò le foto e le affisse alla parete del quartier generale.

Lei è stato mai nelle camere della tortura durante gli interrogatori.

Non potevo essere presente come traduttore. Non si fidavano. Ma molti soldati del mio battaglione erano assegnati a quel braccio speciale del carcere conosciuto come Hard site.

Quante sono le foto non ancora rese pubbliche?

Sono migliaia. Quotidianamente sono state scattate immagini dai soldati.

Quali non ancora rese pubbliche?

Molti detenuti sono morti sotto tortura. Prima di portar via i cadaveri, i soldati si facevano ritrarre da altri commilitoni con il detenuto morto, oppure mentre effettuavano mutilazioni sui detenuti già morti. Una foto che abbiamo tutti mostra un soldato che con un cucchiaio di plastica estrae parti del cranio spaccato di un detenuto. Nessuno dei comandanti è stato processato. Sono rimasti al loro posto, in Iraq. Sono solo due i soldati in carcere. Sono crimini al di là dell’immaginabile.

Perché queste barbarie sono emerse soltanto ad aprile del 2004?

Noi soldati eravamo al corrente delle atrocità commesse sin dall’inizio. Dal dicembre del 2003 cominciarono ad arrivare racconti di abusi sessuali e sevizie fatte dagli addetti all’hard site. A gennaio il comandante ci convocò e si raccomandò di non far trapelare queste notizie fuori da Abu Ghraib: «Se avete foto incriminanti, distruggetele. Non parlatene ai familiari. I panni sporchi si lavano in casa. Siamo in guerra contro terroristi pericolosi».

Lei dichiara che c’è un cover up ben più grave di quanto emerso. Al suo ritorno in Usa stato è minacciato dal Pentagono. Quel che ci racconta è pubblico?

E’ trascorso un anno e più e i responsabili militari hanno fatto indagini sommarie. I politici del Congresso non hanno interesse ad andare a fondo. Il Pentagono ora trasferirà 4500 detenuti e ha intenzione di chiudere Abu Ghraib. Ma i crimini commessi dalle nostre truppe con il consenso del Pentagono rimarranno segreti.