«Torturatelo ancora», disse il medico Usa

Haj Ali al-qaysi, l’incappucciato, racconta l’inferno di Abu Ghraib
Questa è la seconda parte dell’intervista (la prima parte è stata pubblicata ieri) ad Haj Ali al-qaysi, l’«incappucciato» di Abu Ghraib che racconta al «manifesto» le torture a cui è stato sottoposto nel carcere iracheno.

Gli liberarono una mano dalle manette. «Ti sto mettendo nella posizione della croce», disse l’uomo che lo interrogava. Ora le percosse si erano fatte continue, così come i getti di acqua sporca che gli venivano tirati addosso. Gli puntarono anche un fucile contro i genitali. Poi si fece avanti un’altra persona, e anche questa gli tolse il cappuccio. «Riconobbi il suo accento arabo, era quello di un ebreo maghrebino (sefardita), ed ecco perché diciamo che siamo vittime dell’occupazione americano-sionista». Haj Ali subì questo trattamento per tre giorni. Gli fecero cambiare più posizioni, lo fecero stare in piedi sulle punte. Gli dissero che la sua mano sarebbe «marcita». «In seguito ho capito – dice – che quello che stavo passando rientrava in un’operazione chiamata Iron Horse, finalizzata a reclutare persone influenti, capi tribali, per farli lavorare per gli occupanti». La terza mattina, ancora una volta, Haj Ali incontrò uno straniero, e ancora una volta gli fu offerto il rilascio in cambio della sua collaborazione. «Risposi che non avevo niente da dire», racconta. «Durante l’intero periodo sentii urla, urla di donne, urla di bambini. Chiunque passasse nell’atrio mi percuoteva».

By the rivers of Babylon

Dopo la preghiera di mezzogiorno, gli legarono i polsi con delle strisce di plastica, lo portarono in una cella e lo ammanettarono alla sbarra. Lo fecero sdraiare sulla schiena e portarono un grande altoparlante. Poi misero la canzone By the rivers of Babylon (tratta dal salmo 137 della bibbia, ndr) più e più volte, a massimo volume. Haj Ali racconta che a quel punto, naturalmente, lui desiderava che gli rimettessero il cappuccio che nel frattempo gli avevano tolto. Dopo un po’ di tempo, l’uomo addetto all’interrogatorio venne a togliere l’altoparlante, ma ormai Haj Ali non riusciva a sentire più niente. «Avevob ancora la canzone nelle orecchie, anche se loro avevano spento la musica». Nonostante le secchiate d’acqua in testa, «non riuscivo a sentire una parola di quello che diceva l’uomo». Quindi lo fecero alzare in piedi, gli fecero stendere le braccia fuori dalle sbarre della cella e lo ammanettarono in quella posizione. «Quello era il quinto giorno che non mangiavo», dice Ali. L’uomo addetto all’interrogatorio tornò e gli disse che avevano fatto una «festa di benvenuto». «Più tardi – racconta – Haj Ali – ho appreso che questo è un trattamento imposto a tutti».

Cella numero 49

«Fui messo nella cella numero 49. Mi scattarono una foto prima di sfilare il cappuccio, poi scattarono un’altra foto. Guardai nelle celle di fronte alla mia e riconobbi un imam. Tutti i prigionieri erano spogliati. “Non ti preoccupare – dissero quei poveracci – stiamo così da tre mesi”». Allora Haj Ali cercò di coprirsi usando della carta usata per il cibo, ma gli americani non glielo permisero: «Ognuno di noi aveva ricevuto dagli americani un soprannome» – racconta Haj Ali – Uno di essi era “Big Chicken”, un altro “Dracula”; c’era “l’uomo lupo”, “Joker”, “Gilligan”. Io venivo chiamato “Colin Powell”».

Il giorno successivo arrivò lo specialista Charles Graner, successivamente incriminato per lo scandalo di Abu Ghraib. Haj Ali aveva una benda sulla mano per coprire una ferita, il sangue era mezzo coagulato. Lui prese la benda e la strappò via, insieme alla carne. Haj Ali cadde svenuto. «Il giorno dopo chiesi a una delle donne soldato un antidolorifico. Lei mi disse di sporgere la mano fuori facendola passare sotto la porta. Pensavo che volesse vedere la mano, ma lei ci salì sopra e disse: «Ecco l’antidolorifico americano». Dopo 15 giorni gli fu data una coperta. «Cercai di usarla per coprirmi, e i miei amici si congratularono con me». In questo compound, chiamato «la cava», Haj Ali racconta che sentiva delle urla: «Quando volevano mandare cibo alle prigioniere, ci spedivano degli uomini nudi». Le prigioniere erano ostaggi per fratelli, padri o figli. «Le sentivamo urlare, non facevano che gridare allahu akbar (Allah è grande, ndr)».

Dopo 15 giorni gli interrogatori vennero accelerati, gli americani volevano mandare via quei prigionieri per fare arrivare gente nuova, in una rotazione tra le cave e le tende all’esterno. Un suo amico chiese a una donna soldato: «Perché ci umiliate?». Lei rispose: «Questi sono gli ordini, umiliarvi in questa posizione». Successivamente lo portarono nella stanza degli interrogatori. All’interno trovò dieci persone, alcune in divisa e altre in abiti civili. Avevano telefoni e macchine fotografiche. «A quel punto credetti di sognare e pensai che usassero i telefoni per registrare il suono o qualcosa del genere», dice Ali. In questa stanza accadde l’episodio che in seguito è stato visto in tutto il mondo come esemplare delle torture praticate dal regime americano. «Mi fecero salire su uno scatolone con un cappuccio sulla testa e le braccia allargate. Mi dissero che mi avrebbero sottoposto a scosse elettriche. Io non gli credetti. Allora presero due cavi e li infilarono nel mio corpo. Ebbi la sensazione che gli occhi mi schizzassero fuori dalle orbite. Poi caddi a terra».

Mani e testa legate a un tubo

Durante questi fatti, Haj Ali si morse la lingua. Venne il dottore, gli scansò il cappuccio con una scarpa, gli versò sopra dell’acqua. «Non vide alcuna ferita sulla lingua», dice Haj Ali, «perciò disse agli altri di continuare. Di solito i dottori prendevano parte alle torture. Stabilivano se i prigionieri fingevano o esageravano nel denunciare il dolore e invitavano i torturatori ad andare avanti». Lo portarono in questa stanza tre volte, e lo sottoposero alle scosse elettriche cinque volte. Lo legarono mani e testa a un tubo sul soffitto, gli misero in bocca del pane secco. Gli fecero alcune foto e lo interrogarono ancora. Mentre lo interrogavano gli chiedevano: «Che ne diresti se provassimo altre torture?». Haj Ali rispondeva: «Più ci torturate, più Dio ci ricompenserà».

L’imam con la biancheria femminile

Ma Haj Ali non è l’unico a essere stato maltrattato in questo modo. «Una delle cose che ho visto» dice Ali, «è l’imam della più grande moschea di Fallujah. Lui ha 75 anni. Non si sono accontentati di trascinarlo nudo, ma gli hanno fatto anche indossare della biancheria intima femminile. Un’altra storia è questa: ordinarono a un prigioniero di urinare con un sacco in testa. Quando glielo tolsero vide suo padre sotto, e loro fotografarono questa scena». «Una delle donne soldato si spogliò davanti all’imam di un’altra moschea – dice Haj Ali – e gli chiese di fare sesso con lui. E poiché lui naturalmente rifiutò, la donna prese un pene artificiale per stuprarlo».

Haj Ali dice che questi campi di prigionia sono di fatto dei campi di addestramento per la resistenza. «Di solito il 90% delle persone arrestate era innocente. Ma una volta uscite, sono perfettamente pronte a cominciare la resistenza armata contro gli occupanti. Chiunque sia stato trattato in questo modo, o veda suo fratello o sua sorella trattati così, lo sarebbe». Qui Haj Ali sottolinea anche l’importanza di capire che effetto ha sulle società arabe questo modo di trattare le donne.

Dopo 49 giorni nella cava, sentì dire agli uomini che lo interrogavano che era stato arrestato per sbaglio e che sarebbe stato rimandato nella tenda. Il giorno successivo, un soldato lo prese e lo riportò nell’accampamento. «Sei nato di nuovo» disse. Una volta tornato in tenda, e dopo che gli fu dato il benvenuto, Haj Ali impiegò due giorni a guardare il cielo, cercando di fare nuovamente pace con la luce. Le celle erano molto buie. «Durante la mia permanenza nelle celle ho perso 38 chili – dice – e questo lo so perché quando entrammo mi misero una fascia al polso sul quale era scritto il mio peso». Dopo tutto questo, gli furono restituiti i suoi averi e fu messo in un camion con un sacco in testa, ma questa volta senza le manette. Poi lo buttarono giù dal camion. «Quando mi tolsi il sacco dalla testa vidi che ero fuori, sulla strada. Così seppi che ero stato rilasciato».

Così finisce la storia di Haj Ali ad Abu Ghraib. Dopo l’esplosione dello scandalo di Abu Ghraib, Haj Ali ha ricevuto una formazione dall’Onu sulle tematiche relative ai diritti umani. Voleva usare la sua esperienza per fondare un’associazione ed è andato dal governo iracheno per farsi aiutare, ma si è sentito rispondere che «non esiste il maltrattamento nelle nostre prigione». Così si è tenuta una conferenza di presentazione dell’«Associazione delle vittime delle prigioni americane d’occupazione». Gli obiettivi sono distribuire informazioni sulla tortura e su cosa sta accadendo in queste prigioni, aiutare coloro che vengono rilasciati e aiutare le famiglie a contattare i parenti arrestati. L’associazione non si interessa solo agli americani. «Molte prigioni sono gestite da privati, da mercenari», spiega Haj Ali. «Ci sono persone provenienti da tutto il mondo. Non sono solo gli statunitensi ad essere colpevoli».

Un crimine contro l’umanità

«Ciò che sta accadendo in Iraq è una reazione molto naturale a tutte queste violazioni» dice Haj Ali. «La cosiddetta violenza è una reazione molto naturale», continua. «Nell’era di Saddam c’erano 13 prigioni. Ora ce ne sono 36 gestite dal governo, e 200 dalle milizie governative. Le prigioni irachene sono peggiori, abbiamo visto casi documentati di unghie strappate e mani trapanate, tutto con il consenso del governo Usa». Haj Ali esclama che «quello che si sta commettendo in Iraq è anche un crimine contro il popolo europeo e quello americano. Loro perdono la faccia. La tortura è praticata da tutte le nazionalità». «Non biasimo chi prende uno straniero o lo rapisce», dice Haj Ali, «perché è una reazione a ciò che hanno subito». La sua associazione ora sta lavorando sulla riabilitazione fisica e psicologica. La storia di Haj Ali non è finita. L’1 e il 2 ottobre dovrebbe venire in Italia per raccontarla al movimento europeo per la pace e contro la guerra. E continuerà a raccontarla a tutti quelli che, nel mondo, sono disponibili ad ascoltare da un testimone diretto informazioni sui metodi di tortura e sugli abusi praticati dagli americani.

* Comitato Iraq libero Norvegia (ringraziamo il dottor Hisham Bustani per aver reso possibile questa intervista).

Traduzione Marina Impallomeni