Torsello: «Sto bene»

«Sto bene, ci siamo spostati di zona». Ha detto solo questo Gabriele Torsello quando ieri sera alle 21.30 ora afghana ha telefonato all’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ma quella telefonata di pochi minuti tra il fotoreporter rapito giovedì scorso e Rakmatullah, il responsabile della sicurezza dell’ospedale, ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti i suoi amici e familiari.
Vuol dire che il fotoreporter, sequestrato giovedì scorso mentre viaggiava tra Kandahar e Kabul, sta bene e soprattutto vuol dire che tra le autorità italiane e i rapitori c’è un canale di trattativa aperto che passa anche attraverso l’associazione di volontariato Emergency. Un canale di trattativa che non si è mai interrotto sin da domenica mattina, quando i rapitori hanno chiamato l’ospedale, ma che con la telefonata del fotografo fa un deciso passo in avanti.
Gli uomini del gruppo, che si definiscono «taliban», hanno parlato con Rakmatullah anche ieri promettendo una nuova comunicazione nelle prossime ore. Nei contatti avuti con le autorità italiane da domenica ad oggi hanno detto di volere «il ritiro immediato delle truppe italiane» e la liberazione di alcuni prigionieri talebani. Ma non è detto che le richieste politiche siano davvero l’obiettivo del gruppo di miliziani che almeno ufficialmente non hanno alcun appoggio da parte dei portavoce ufficiali dei ribelli.
Domenica il portavoce dei talebani della zona di Helmand Muhammad Yousaf, contattato dall’agenzia di stampa Afghanistan islamic press, aveva smentito che il fotoreporter fosse stato sequestrato dai talebani: «E’ stato sequestrato da qualche banda di malviventi, con lui noi abbiamo avuto buoni rapporti», aveva detto confermando che pochi giorni prima di dirigersi verso l’ospedale di Lashkargah, Torsello aveva visitato insieme ai talebani la città di Musa Qala, distrutta dai bombardamenti delle truppe Nato. Secondo l’agenzia di stampa afghana Pajwhok, invece, Torsello è stato sequestrato da un gruppo «vicino ai talebani ma che non fa parte delle milizie islamiche». Pajwhok ieri mattina dava per certo che il fotoreporter fosse nascosto nella provincia di Helmand, la stessa dell’ospedale di Emergency, ma dopo la telefonata di ieri sera è possibile che il gruppo si sia spostato, forse verso Kandahar.
Chi conosce quel che sta accadendo in Afghanistan sa che la smentita dei portavoce talebani non basta a definire con certezza come «banditi» i rapitori di Torsello: il nome «talebani» è ormai usato da gruppi molto diversi che spesso non sono neppure in contatto gli uni con gli altri. Nulla a che vedere, insomma, con la rete legale-illegale in cui si muovevano gli autori dei rapimenti in Iraq e con l’attenzione maniacale di quei gruppi alla politica occidentale.
Il ministro della difesa Arturo Parisi ha comunque chiuso immediatamente la discussione sul ritiro delle truppe: «Se per caso ci fosse un ripensamento della missione dopo il rapimento dovrebbero portarci in manicomio. Siamo in Afghanistan perché riconosciamo che lì c’è una situazione di insicurezza che però ha intrapreso la strada verso la sicurezza».
Che un canale di trattativa con i rapitori fosse aperto lo confermava già nel pomeriggio di ieri il ministro degli esteri Massimo D’Alema: «Posso garantire che il governo ha attivato tutti i canali formali ed informali» aggiungendo che la trattativa sta puntando anche sulla «collaborazione dei paesi alleati che hanno truppe che operano nella zona». «Il governo italiano aveva avvertito, attraverso il nostro ambasciatore a Kabul, questo giornalista della pericolosità della sua missione e lo aveva sconsigliato di partire», ha concluso il ministro.