Torna l’armata che non sparò

L’esercito libanese, praticamente scomparso dalla scena durante le oltre quattro settimane di bombardamenti e di invasione israeliana, è tornato ieri alla ribalta per due episodi di cronaca tra loro strettamente legati. Il primo è il ritorno delle forze libanesi nella cittadina a maggioranza cristiana di Marjayoun, evacuata poco prima dall’esercito di Tel Aviv. Il secondo è costituito dal clamoroso arresto, poche ore prima, del generale Adnan Daoud, ex-comandante dell’esercito nella stessa Marjayoun, dopo che la televisione degli Hezbollah al Manar aveva mandato in onda un filmato nel quale si vedeva l’alto ufficiale libanese bere amabilmente il thé nel suo ufficio con alcuni ufficiali israeliani mentre tutto attorno infuriava la battaglia tra l’esercito di Tel Aviv e la resistenza. Un episodio che ha rischiato di travolgere lo stesso premier Fouad Sinora e l’asse pro-Usa che lo sorregge, costringendo l’esecutivo ad arrestare il discusso generale nel disperato tentativo di difendere agli occhi dell’opinione pubblica un esercito che, tranne alcune eroiche eccezioni, non ha sparato neppure un colpo per difendere il proprio paese e che ora, secondo la risoluzione 1701 dovrebbe assumere il controllo della «fascia di sicurezza» nel Libano del sud e disarmare le milizie Hezbollah. Un compito questo che potrebbe far saltare il delicato equilibrio politico confessionale del governo, delle istituzioni libanesi e dello stesso esercito.
L’esercito libanese è composto da circa 70.000 uomini divisi in 11 brigate meccanizzate più la guardia del presidente Emile Lahoud, ex-capo di stato maggiore e protagonista della ricostruzione delle forze armate dopo i quindici anni di guerra civile. L’esercito può contare su 1.100 mezzi blindati M113, 130 carri armati M48 di fabbricazione americana, 180 carri armati T54 e T55 di fabbricazione russa e 40 carri leggeri AMX13 francesi. L’Aviazione non ha aerei ma solamente qualche decina di elicotteri. La Marina ha a disposizione 20 pattugliatori delle classi Attacker e Tracker e due mezzi da sbarco di fabbricazione francese. Il vero punto debole dell’esercito, come del governo libanese, è però la sua struttura basata sull’equilibrio tra cristiani e sunniti tra gli ufficiali, mentre gli sciiti costituiscono la maggioranza della truppa. Il comandante in capo è il generale Michel Soleiman, cristiano come il ministro della difesa Elias Murr. Un maronita, ma favorevole ad un buon rapporto con la Siria e ostile al nuovo mandato franco-Usa sul Libano, è il presidente Emile Lahoud che ha cercato di perseguire una sorta di collaborazione tra esercito regolare e Hezbollah che, nelle sue parole, costituirebbero l’«unica forza del mondo arabo che abbia tenuto testa a Israele». Usa e Francia stanno ora cercando, attraverso il premier Sinora e con il sostegno delle forze multinazionali in arrivo, di potenziare l’esercito non per difendere il Libano da Israele ma piuttosto per portare avanti una sorta di golpe sunnita che porterebbe alla liquidazione della resistenza islamica sciita e ad una pace separata con Israele, senza alcun ritiro dai territori libanesi (Sheba), siriani (Golan) e palestinesi (West Bank). Una scommessa assai pericolosa in quanto il Libano non può essere governato appoggiandosi ad una sola comunità, o ad un solo schieramento e contro la componente maggioritaria nel paese costituita dagli sciiti. Neanche l’esercito.
Per il momento sembra si sia raggiunto un precario accordo tra i due schieramenti: quello filo-occidentale, favorevole al disarmo di Hezbollah e ad un suo assorbimento nelle forze armate, costituito dall’ala sunnita filo-saudita, filo-francese e filo-Usa del premier Fouad Sinora e della famiglia Hariri, dalle destre falangiste di Geagea e Gemayel, e dal leader druso Walid Jumblatt; e quello «nazionalista», sostenitore di un «coordinamento» tra resistenza Hezbollah ed esercito libanese, costituito dai partiti sciiti (Hezbollah e Amal), dall’ex generale Michel Aoun, da parte dei sunniti di Sidone e Tripoli e dai laici filo-siriani. Il compromesso raggiunto prevede il dispiegamento dell’esercito libanese al sud ma senza alcun tentativo di disarmare Hezbollah e di cacciarlo dalla «fascia di sicurezza». Il governo libanese ha così mantenuto l’ unità mettendo praticamente in soffitta la risoluzione Onu 1701 che le forze multinazionali dovrebbero essere chiamate ad attuare. Così tra qualche settimana nel sud Libano opereranno tre eserciti: Hezbollah, esercito libanese e forze multinazionali. Ciascuno con la propria agenda ed obiettivi, spesso contrastanti. Davanti a loro, il sempre presente esercito di Tel Aviv.