Torna a casa e non «delocalizza» più. Il Made in Italy costretto alla qualità

Stanno tornando a casa. Per le imprese italiane, impegnate in una ristrutturazione industriale dura ma efficace, la delocalizzazione è un’ opzione strategica ormai consumata. Come ha ricordato Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di venerdì 5 gennaio le aziende manifatturiere, la cui ritrovata redditività è alla base del boom delle entrate fiscali, hanno spostato negli anni ‘ 90 le produzioni a minore valore aggiunto dove i costi del lavoro sono più bassi: l’ Est Europa, l’ America Latina, la Cina. Una mossa essenziale per controllare i costi industriali consolidati. Questa scelta, però, si sta rivelando controproducente: emergono gli svantaggi legati alla qualità realizzabile in quei Paesi, che mostra notevoli limiti, mentre si afferma la consapevolezza che, superato il «malo passo» della crescita zero degli ultimi anni, l’ attuale ripresa produttiva e commerciale possa prendere ulteriore vigore soltanto se nei beni da vendere si incorporerà una significativa ricchezza immateriale. Qualcosa di impalpabile, reperibile non all’ estero, ma nei giacimenti della vecchia cultura industriale e del nuovo stile italiano. «Il modello della delocalizzazione – riflette l’ economista Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison – non funziona più con alcuni nostri settori. In particolare quelli che fanno grandi numeri come risultato di numerose nicchie». Questo vale soprattutto nei core-business della nostra struttura produttiva: i beni strumentali a medio-alto contenuto tecnologico e il Made in Italy il cui valore aggiunto è basato sull’ estetica e sulla capacità di interpretare i desideri più nascosti dei consumatori. Fra le 400 aziende di macchine utensili, si calcola che circa il 20% abbia un investimento produttivo all’ estero. «Azzardando una stima – rivela Alberto Tacchella, presidente della Ucimu, l’ associazione confindustriale che le raduna – quasi un terzo ha tali problemi da dovere ripensare a questa specifica strategia. Molte società disinvestono». Le criticità? I componenti e i prodotti che vengono realizzati in Paesi privi di una consolidata sapienza manifatturiera risultano spesso scadenti. In Italia bisogna porvi rimedio. Parecchi vanno scartati. Nessuno nega che in passato la delocalizzazione sia stata fondamentale. «Anzi – racconta Marco Palmieri, titolare di Piquadro, società specializzata in borse e in articoli di pelletteria -, nel 1998 la fondazione della fabbrica in Cina ci ha permesso di evolvere da terzisti in vera e propria marca». Da Silla di Gaggio Montano, vicino a Bologna, a Zong San. Nove anni fa il fatturato era di 3 milioni di euro e si contavano 30 addetti. Oggi i ricavi ammontano a 33 milioni di euro. In Italia gli occupati sono 80, in Cina 450. Un salto in avanti reso possibile da un investimento limitato a un milione di euro nel lontano distretto di Shenzen. E oggi, nella voce costi, la Cina pesa solo per il 22%. Piquadro ha due negozi a Hong Kong, uno dei quali nel palazzo della Borsa, e ne aprirà un terzo quest’ anno a Macao. «Ma non è più sufficiente – dice Palmieri – . Ecco perché investiamo di nuovo in Italia». Il 12 dicembre è stato inaugurato un nuovo stabilimento: logistica, marketing e design, le funzioni più sofisticate che in Cina non ci sono, beneficeranno di uno sforzo finanziario da 8 milioni. A Rovigo, invece, preferiscono moltiplicare la forza produttiva in casa piuttosto che in Serbia. Per la Vianello Acciai, azienda di impiantistica con ricavi per 5 milioni e 50 addetti, due anni fa a Belgrado tutto era pronto: incontri istituzionali fatti, terreni localizzati, soci individuati. Poi, la possibilità di rilevare il complesso della Acc, in via di chiusura. «La vicinanza e la professionalità degli addetti – commenta Giorgio Vianello – hanno fatto premio sugli stipendi più bassi della Serbia». Anche se con il cambio di governo sono state modificate più volte le facilitazioni economiche di un’ operazione che è anche un salvataggio industriale, l’ opzione domestica è ancora valida. «Abbiamo bisogno di almeno 100 occupati – conclude Vianello – di lavoro ce n’ è tanto. E la manodopera italiana rimane di grande qualità».