Torino, l’imbroglio di corte

Le città di corte funzionano così, possono passare con facilità dal trionfo del ballo Excelsior alla vergogna dell’8 settembre, dall’incenso degli altari all’odore della polvere. Tanto più se il modello su cui sono disegnate è quello sabaudo, ipocrita e sparagnino, tanto impegnato a ostentare le proprie (poche) virtù pubbliche quanto a occultare i propri (tanti) vizi privati. E così Torino, che appena tre mesi fa aveva riempito le «notti bianche» per festeggiare un’Olimpiade con poche medaglie, accoglie con un funerale in piazza la conquista di uno scudetto avvelenato. Sic transit gloria mundi…
Certo, si dirà che lo scandalo Juventus è lo scandalo di tutto il nostro calcio nazionale. Che nella catastrofe etica ed estetica messa in mostra dalla «triade» c’è il riflesso dell’antropologia degenerata dell’Italia contemporanea. Tutto vero. Ma così come «mani pulite» era nata come storia milanese e di Milano in primo luogo parlava, allo stesso modo «piedi puliti» nasce come storia torinese. E di Torino parla.
Né ci aiuta a sollevare il morale il mantra dello «stile-Juventus», perduto in qualche anfratto della storia, o in qualche «area dismessa» e da ritrovare, in fretta, per ripartire. Non ci aiuta perché se da una parte la distanza formale che separa la realtà di oggi dal mito di ieri, l’immagine della «vecchia signora» diventata col tempo puttana da trivio, ci può servire a misurare le differenze sostanziali che separano la Torino (capitale del lavoro) di ieri dalla Torino (capitale dell’immagine e della rendita) di oggi, dall’altra parte essa non cancella le continuità, nell’operare delle sue classi dirigenti. In questo ha perfettamente ragione Giorgio Bocca, quando scrive che in questa vicenda gli è parso di ritornare a «una storia piemontese e monarchica dove re onnipotenti e amati dagli umili per la loro onnipotenza, si circondano di corti tanto brave a gestire il potere e i privilegi quanto ipocrite a celebrare virtù che non hanno mentre si dilaniano per la spartizione del bottino: lo stile Savoia, o lo stile Juventus». O, per entrambe, lo stile Fiat. E quando ci invita a leggere, per capire, il libro di Giorgio Garuzzo (uno che queste cose le sa, per vent’anni ai massimi livelli dell’entourage degli Agnelli), appena uscito, intitolato appunto «FIAT. I segreti di un’epoca».
Si potrà capire, allora, che cosa si intende quando si parla di spirito cortigiano. Una «corte» è un mondo dominato da rapporti di servilismo e da spirito gregario, in cui le relazioni hanno al centro una sola persona (la figura del «sovrano»), o una sola «famiglia» (la «casa regnante») da cui originano i luoghi comuni ripetuti con unanimismo. Dove si sgomita per essere vicini a chi conta. E si dice a chi comanda ciò che gli piace sentire e si tace ciò che lo può infastidire. «Nell’ambiente che circondava gli Agnelli – scrive Garuzzo – i manager avevano le loro responsabilità ma non godevano mai della fiducia completa dei sovrani. E accanto a questi si muovevano figure di diversa origine che non avevano alcuna responsabilità diretta e ufficiale ma che esercitavano molta influenza sui giudizi che venivano a formarsi sull’operato dei manager stessi».
In quella corte poteva accadere che si scegliessero i manager con lo stesso spirito collezionistico con cui il Signore acquistava i campioni della squadra di casa (i propri levrieri). O che i subfornitori più importanti dell’impresa usassero le loro frequentazioni private del «sovrano» per ricattare e minacciare i dirigenti degli uffici acquisti. O anche che, a un manager di primo livello appena arrivato in sede si consigliasse amichevolmente «di sorvolare sul fatto di essere sostenitore della squadra del Torino» e di fingere un tifo peloso per la Juventus. Salvo poi presentare tutto ciò come «lezione di stile». Ed esempio di signorile savoir faire. Esattamente come la Fiat di allora – che non aveva neppure ancora introdotto un qualche «controllo di gestione» alla metà gli anni ’70 per non turbare gli equilibri interni, e che aveva tardato oltre ogni limite a adottare una qualche forma di «bilancio consolidato» per non favorire i controlli dei fisco – riusciva a presentarsi, con pure operazioni d’immagine, come modello di efficienza. Esempio per tutto il paese.
Se quell’intreccio di arroganza e ipocrisia, di potere ostentato e di privata avarizia, di personalismo snobistico e di familismo amorale dovette presentarsi con l’immagine della sobrietà e di un certo «rigore» (con quello che ancora oggi si definisce lo «stile-Agnelli», e a cui si fa risalire il cosiddetto «Stile-Juventus»), non lo si deve alla dinastia che ne stava alle spalle, ma alla città che ne faceva da contesto. Alla durezza del lavoro di massa che ne stabiliva ritmi di vita e codici di comportamento, tipici di una «metropoli di produzione». In una «città-fabbrica», è difficile ostentare una morale da biscazzieri. Ma in una città diversa? In una città che abbia fatto del gioco (anziché del lavoro) la base delle proprie regole. In una città che abbia sostituito alla produzione la rendita e alla manifattura la finanza (i grandi giochi dei oggi) come fondamento della propria identità collettiva, e che abbia «deciso» di vivere di eventi – in una città così, votata all’etica edonistica -, perché lo stile non dovrebbe essere quello del vinca il peggiore (purché vinca)? Dell’astuzia del baro e dell’intuizione del giocatore di poker? In una città di spettatori più che di cittadini, di consumatori più che di produttori, perché lo «stile» non dev’essere quello «dei risultati», incarnato dalla «triade»?
Le città di corte sono fragili. Cambiano repentinamente al minimo spostamento di equilibrio nei poteri che le guidano. Si rovesciano nel proprio contrario perché girano sempre sul medesimo asse. Torino non fa eccezione. Non guarirà mai dalle proprie contorsioni, finché non farà «saltare l’asse».