“Tfr, puntiamo al 40% di adesioni”

Il traguardo già raggiunto è «importante», ma l´obiettivo che resta da realizzare è molto ambizioso: avviato il decollo della previdenza integrativa e la riforma del Tfr ora Cesare Damiano, ministro del Lavoro, deve fare i conti con la scelta che quasi 12 milioni di lavoratori del settore privato dovranno fare entro i primi sei mesi dell´anno: iscriversi o no ai fondi pensione? Far confluire lì la liquidazione che verrà o lasciarla in azienda (per le imprese con almeno 50 dipendenti ciò vorrà dire consegnarla al fondo della Tesoreria presso l´Inps)?
A iscriversi, fino ad oggi, sono stati solo 13 italiani su cento degli aventi diritto. Il ministro vorrebbe far salire la quota a 40. Più che triplicarla. E´ vero che se la scelta non sarà espressa, secondo il criterio del silenzio-assenso, il Tfr da maturare finirà dritto dritto al fondo di categoria, ma Damiano spera che l´iscrizione sia manifesta, soprattutto fra i giovani, perché «la previdenza complementare è conveniente e i fondi hanno un buon risultato in termini di rendimenti».
Certo, precisa il ministro, il fatto di aver portato a termine il decollo del secondo ramo pensionistico è un risultato notevole visto che «la legge istitutiva dei fondi pensione è del ´93 e sono passati 14 anni», ora però si tratta di fare il resto. Damiano vuole estendere l´innovazione anche al settore pubblico e annuncia che comunque, per spiegare le nuove regole, a metà gennaio partirà una campagna di spot televisivi (per saperne già ora di più basta andare sul sito www.tfr.gov.it).
Ma se la linea tracciata sui fondi pensione è ormai chiara, i decreti attuativi dovrebbero arrivare entro il 20 gennaio, altrettanto non si può dire sulla riforma della previdenza dove la battaglia politica – fra l´ala sinistra della maggioranza che frena e quella riformista che spinge – è appena iniziata. Il ministro, parlandone, prende tempo: il memorandum firmato da governo e parti sociali prevede che la discussione arrivi ad un risultato entro il 31 marzo, «ma la data – ha detto il ministro – è indicativa, il confronto si aprirà «con calma» utilizzando, vista la complessità del tema, «tutto il tempo necessario». «Non vi sono tagliole, l´importante è arrivare in tempi ragionevoli a conclusioni condivise» ha detto. Lui ha chiesto di utilizzare una parte delle maggiori entrate fiscali e contributive per la revisione dello scalone – il passaggio nel 2008 da 57 a 60 anni di età per l´accesso alla pensione di anzianità a fronte di 35 anni di contributi – previsto dalla legge Maroni, per la riforma degli ammortizzatori sociali e per la rivalutazione delle pensioni in essere. Quanto all´età pensionabile «il governo di centrodestra, con le leggi volute da Maroni, ha già aumentato l´età pensionabile, portando una nuova regola (lo scalone ndr). Io credo che dovremo flessibilizzare questa norma vedere se è possibile scendere sotto i 60 anni distinguendo in particolare il lavoro usurante, faticoso». Tesi che non convince per niente la Fiom-Cgil di Giorgio Cremaschi («non ci siamo, il ministro mette sullo stesso piano due ipotesi estreme» ha detto).
Pierluigi Bersani, ministro dello Sviluppo, cerca di calmare le acque precisando che «su pensioni e lavoro non servono grandi riforme, ma aggiustamenti». Però sull´Espresso oggi in edicola puntualizza anche che, per quanto riguarda le liberalizzazioni «una nuova lenzuolata è pronta, basta che me lo dicano». «Andremo avanti – assicura il ministro diessino – senza distrarci da quello che già stiamo facendo: energia, ordini professionali, servizi pubblici locali, class action. Su questo il Parlamento deve votare, spero che nella maggioranza non ci siano ripensamenti. Non lasceremo andare tutto in cavalleria».