Tfr delle mie brame: l’addio al «risparmio gestito» sicuro

Come è noto, i lavoratori dipendenti privati avranno di fronte l’opzione di destinare i nuovi accantonamenti Tfr a fondi pensione di propria scelta, oppure del «silenzio-assenso» nel qual caso essi verranno destinati ai fondi pensione «negoziali» (di categoria), e se questi non ci sono a un fondo-pensione gestito con criteri di mercato dall’Inps. Il lavoratore può anche decidere di mantenere il Tfr presso l’azienda, ma nelle imprese sopra i 50 addetti esso verrà automaticamente trasferito all’Inps che lo girerà al Tesoro allo scopo di finanziare opere pubbliche.
Che giudizio dare su queste scelte, alcune delle quali in continuità col precedente governo?
(A) Per ciò che riguarda il trasferimento di una quota del Tfr al Tesoro, dal punto di vista dei lavoratori vi è ancora poca chiarezza sul tasso di rendimento, si presume quello dell’ex-Tfr (1,5% più i 2/3 del tasso di inflazione), e sulle modalità di restituzione. Dal punto di vista macroeconomico, la manovra appare di stampo keynesiano. Supponendo infatti che le imprese, che vedono sottrarsi una parte del Tfr, non mutino le loro decisioni di produzione e di investimento ricorrendo maggiormente al credito bancario, l’impiego di questa quota del Tfr per opere pubbliche costituirebbe una addizione netta alla domanda aggregata senza aggravare al momento il disavanzo pubblico.
Questo indurrebbe un giudizio positivo sulla misura, sebbene, secondo alcuni, le stime del governo circa il flusso al Tesoro sarebbero ottimistiche. Inoltre non si sa se il provvedimento sarà reiterato l’anno prossimo. Se non lo fosse, le quote di Tfr di cui il Tesoro si è approprierà dovrebbero essere computate come nuovo debito, cioè somme che il Tesoro dovrà restituire quando i legittimi proprietari del Tfr andranno in pensione. Se si prefigurasse un sistema stabile, lo Stato potrebbe invece sempre esibire, a fronte del debito contratto, il flusso di Tfr che si attende entrerà nel futuro, né più né meno di ciò che accade con un sistema pensionistico a ripartizione (v. Messori su La Voce). Anche quando si crea un sistema pubblico a ripartizione, all’inizio ci sono introiti contributivi senza esborsi, ed essi sono investiti, ad esempio, in edilizia pubblica (in Italia ora tristemente dimessa). Tali investimenti cominciano a scemare quando, col sistema a regime, si inizia ad usare i contributi per pagare le pensioni che maturano. Se questo fosse il disegno, avrebbe senso accogliere la proposta dell’appello Pizzuti-Romano (Il Manifesto, 28/10/06) di considerare gli accantonamenti Tfr destinati a Inps-Tesoro alla stregua di una ulteriore quota di contributi per la pensione pubblica, in alternativa ai fondi pensione. Ci sono invero vari problemi da chiarire: per esempio l’obbligatorietà della contribuzione è fondamentale per assicurare nel tempo stabilità al sistema (minata dunque da troppa libertà di scelta sulla destinazione del Tfr). Il mio dissenso riguarda soprattutto un passo della nota di accompagnamento all’appello (non pubblicata) in cui si propugna un uso delle risorse aggiuntive a disposizione del Tesoro per ridurre il disavanzo e non, come sarebbe auspicabile, per infrastrutture. Ciò in contraddizione con la filosofia del noto appello per la stabilizzazione del debito pubblico (www.appellodeglieconomisti.com).
(B) Circa l’impiego del Tfr per i fondi pensione il giudizio non è positivo. Varie critiche sono state già sollevate. Quella di Pizzuti è che il fondi pensione porterebbero risparmio italiano all’estero, minando gli investimenti, soprattutto delle piccole imprese che hanno scarso accesso al credito, a favore degli investimenti stranieri. La Banca d’Italia sembra però minimizzare le potenziali difficoltà per le imprese. Ma soprattutto, da un punto di vista keynesiano, gli investimenti sono indipendenti dai risparmi, anzi sono gli investimenti che generano i risparmi, i quali non sono una entità in grado di andare a spasso per il mondo. Tecnicamente, infatti, l’ammontare di prestiti esteri netti di un paese (la differenza fra ciò che dà e riceve in prestito) dipende da ultimo dal saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti e non da quanto fanno gli operatori finanziari. La critica da farsi parte invece dalla constatazione che il Tfr come è adesso è già una forma di risparmio gestito di tipo aziendale. Allora si distrugge una forma di risparmio gestito, che funziona bene, è sicura (se l’impresa fallisce c’è un fondo presso l’Inps che assicura le liquidazioni) ed è apprezzata dai lavoratori, per crearne un’altra, i fondi pensione, rischiosa e su cui lucreranno banche, assicurazioni e consulenti di ogni specie, e magari i sindacalisti posti a dirigere i fondi chiusi. Non dimenticando quanto lo Stato dovrà esborsare per «risarcire» le imprese per la «perdita del Tfr».
Perché dunque non lasciare il Tfr così com’è accrescendone la copertura all’inflazione al 100%? Fatta salva la proposta di destinare una quota prefissata del Tfr per estendere la previdenza pubblica, ciò che consentirebbe all’inizio anche di finanziare spese in infrastrutture.