Tfr ai fondi pensione, un rumoroso dissenso

Da una parte governo, sindacati e squali della finanza, pronti a spartirsi potere e denari del trasferimento del Tfr ai fondi pensione. Dall’altra una piattaforma (Rete 28 Aprile della Cgil, Cobas, Unicobas, Attac, Sult e molti altri) che si oppone fortemente ad una riforma – quella del trattamento di fine rapporto – che sembra un’altra fase di quel processo iniziato nei primi anni ’90, e che vede la costante ridislocazione di risorse, dai lavoratori a favore del sistema finanziario.
La disparità di forze in campo è impressionante, ma non meno impressionante è la posta in gioco. Un dato su tutti: il trasferimento del Tfr ai fondi pensione vale circa 19 miliardi di euro l’anno. Una somma per cui competono tutte le società di gestione del risparmio italiane (sgr), che nel 96% dei casi appartengono a banche e assicurazioni.
Ma se questo è ciò che i poteri forti si giocano, i lavoratori mettono sul tavolo qualcosa di ancora più prezioso: il diritto a vedersi garantita una pensione dignitosa, cosa per cui hanno lavorato, o dovranno lavorare, una vita intera.
Dal 1 gennaio 2007 i lavoratori dipendenti avranno sei mesi di tempo per decidere se trasferire il Tfr che maturerà a partire da questa data nei fondi pensione, oppure lasciarlo all’azienda presso la quale sono impiegati (all’Inps se l’azienda supera i 50 dipendenti). I sei mesi sono perentori, nel senso che se non si decide entro il termine prestabilito, il Tfr entrerà automaticamente a far parte dei fondi pensione aziendali (chiamati anche «chiusi» o «negoziali»). La legge infatti prevede l’applicazione della clausola del silenzio-assenso, una pratica commerciale a dir poco discutibile, degna dei più smaliziati televenditori.
Ma come funzioneranno i fondi pensione? Quali garanzie offriranno? Partendo dal fatto che sono istituiti per integrare i redditi da pensione, che saranno sempre più bassi nel corso degli anni, i fondi pensione funzionano come un qualsiasi altro fondo di investimento: acquistano obbligazioni, azioni, titoli di stato – componendo un portafoglio più o meno rischioso, e quindi (forse) redditizio – con lo scopo di remunerare il più possibile il capitale investito. Questo significa che sono integralmente esposti ai movimenti del mercato. In altre parole i rendimenti dichiarati sono solo virtuali, garantiti fino alla prossima bolla speculativa, o al prossimo Bin Laden.
Il mercato è talmente sovrano che alle donne che decidono di aderire ai fondi, a parità di risorse versate, viene riconosciuto un rendimento inferiore rispetto agli uomini, perché hanno un’aspettativa di vita più lunga. Ma c’è di più: la maggioranza dei fondi pensione è assicurata contro il rischio di longevità dei propri iscritti. Ti pagano cioè finché quello che hai messo resta superiore o uguale – al netto di commissioni varie e costi fissi – a quello che hai versato. Poi, o muori di tuo, o deve intervenire un’assicurazione per ripagare il «danno» che hai provocato al fondo.
Queste sono solo alcune delle distorsioni che la piattaforma del «no Tfr ai fondi pensione» si propone di combattere attraverso una campagna di informazione e mobilitazione (le cui modalità saranno delineate nell’assemblea nazionale del prossimo 1 dicembre) che contrapporrà, al silenzio-assenso, un «rumoroso dissenso.
Sarà una partita difficile, perché i lavoratori non potranno contare nè sull’appoggio dei sindacati (che, nei luoghi di lavoro, sosterranno quasi sempre il passaggio ai fondi), nè su quello dei mezzi di informazione, che si dimostrano sempre molto sensibili agli interessi economici in gioco. C’è da scommettere che si sprecheranno le pagine dei quotidiani dedicate ad elencare i vantaggi dell’uno o dell’altro fondo. Ma forse in pochi scriveranno che una volta trasferito il Tfr in un fondo pensione si perderà in molti casi il diritto a richiederne un anticipo, a meno di dover accettare una decurtazione proporzionale del rendimento finale.
E’ più che probabile che Vespa ospiterà nel suo salotto un esperto per spiegare che la crescita dell’economia americana è dovuta proprio alla diffusione dei fondi pensione, e che oltreoceano i lavoratori non hanno nessuna remora ad affidare i propri risparmi ad una «sgr». Chissà però se si ricorderanno anche di sottolineare che negli Usa, se non altro, il falso in bilancio o la bancarotta fraudolenta costano 20 anni di carcere. In Italia sono gratis. O quasi.