Terror Act, Blair ci riprova

Nei suoi otto anni di governo il new Labour ha sperimentato con successo una peculiare strategia per far passare in parlamento le leggi più draconiane riducendo al massimo la resistenza. L’ha fatto soprattutto con le leggi antiterrorismo (a partire dall’11 settembre 2001), ma anche con le leggi sull’immigrazione, sulle privatizzazioni, sulle tasse universitarie, sui coprifuoco e gli anti-social behaviours (i comportamenti ritenuti antisociali di annoiati under 15, stranieri, vicini di casa, genitori e la lista potrebbe continuare). La strategia (di limitazione del danno, si potrebbe dire) è semplice: il governo propone sfrontatamente una legge «estrema», nel senso che si sa essere inaccettabile non tanto e non solo da una parte consistente del parlamento e dell’opinione pubblica, ma anche dalla magistratura. Allora i ministri la ritirano e ne smussano gli angoli, apparentemente facendo concessioni alla vibrante opposizione, in realtà togliendo dal testo quello che comunque avevano già messo in preventivo di dover eliminare. Il «nuovo» testo torna in parlamento tra l’autocompiacimento dell’opposizione (non tutta, ci sono quelli che «resistono» alle sirene di Blair) che si gongola per le «concessioni» a cui ha costretto il governo. E al momento del voto, naturalmente, la legge passa (con i soliti sospetti che votano contro). L’esempio forse più eclatante riguarda l’internamento senza processo di cittadini stranieri approvato dopo l’11 settembre e condannato dall’Alta Corte come «illegale» perché in palese violazione con qualunque convenzione sui diritti umani. Il governo ha riproposto ora la stessa legge, con due modifiche: anziché detenere senza processo i sospetti di terrorismo in carcere, questi potranno essere detenuti agli arresti domiciliari. Secondo, la detenzione viene estesa a tutti i cittadini e non solo a quelli stranieri. In nome della non discriminazione.

Le nuove misure antiterrorismo proposte dopo le bombe del 7 luglio a Londra, hanno avuto lo stesso percorso della legge precedente. Si è partiti dalla proposta di mandare in carcere chiunque «esaltasse, celebrasse o glorificasse» una lista infinita di eventi anche storici (la dittatura del proletariato, per dirne una) e dalla proposta di mandare in galera senza accusa fino a tre mesi i «sospetti» di terrorismo, per arrivare alla formulazione della nuova legge presentata dal ministro degli interni Charles Clarke martedì. Ma si tratta, come si evince dalle parole dello stesso Clarke, di una retromarcia solo apparente. Infatti nel nuovo testo rimangono tutte la clausole più controverse. E cioè: rimane l’internamento senza processo, così come la deportazione verso paesi dove la tortura è prassi. Rimane la possibilità di mettere fuori legge partiti politici non violenti, come rimane il controllo statale delle moschee e (poiché quello che sembra uscito dalla porta rientra sempre dalla finestra) la messa al bando di qualunque dichiarazione considerata un incitamento o glorificazione di atti terroristici (compresi quelli storici). Il fatto che il governo abbia indicato la possibilità di rivedere la clausola sui tre mesi di detenzione – dopo che esperti legali avevano già detto che qualunque tribunale avrebbe bollato come illegale la proposta – sembra bastare ad una certa opposizione (i liberaldemocratici, per intenderci). Ed è ormai sul ritiro di quella clausola che i Libdem puntano, con buona pace del resto.

La realtà però è ben diversa: secondo la nuova legge chiunque sostenga pubblicamente a parole la resistenza contro ogni stato od occupazione commetterà un reato per il quale rischia sette anni di carcere. Il terrorismo non viene definito nella legge come per esempio «attacco indiscriminato contro civili» ma come ogni violenza politicamente motivata contro persone e proprietà in qualunque parte del mondo. Che tradotto significa rendere reato il legittimo diritto di un popolo oppresso a prendere le armi contro la tirannia o un’occupazione straniera. E se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi sui reali propositi di questa legge, il ministro Clarke, martedì ha specificato che questo era esattamente il suo intento. «Non posso pensare – ha detto – a nessuna situazione al mondo dove la violenza potrebbe essere giustificata per cambiare le cose». Naturalmente l’assunto non vale per l’invasione dell’Iraq. Perchè la legge sarà usata in maniera selettiva. Chi sostiene, tanto per essere espliciti, che il popolo palestinese (o quello iracheno) ha il diritto di resistere contro l’occupazione israeliana, rischia d’ora in poi il carcere.