Terremoto Rice nella giornata della Terra

Firas Hajj ha un flebo nel braccio sinistro, la testa fasciata e osserva con occhi spenti gli infermieri che si affannano ad assisterlo. Un proiettile di gomma sparato a distanza ravvicinata dai soldati israeliani lo ha colpito alla testa, perciò trascorrerà in ospedale il resto della giornata. Una giornata importante, quella della terra, per tutti i palestinesi e per la gente di questo villaggio, Beit Sira, ad ovest di Ramallah, l’ultimo in ordine di tempo a vedersi confiscare buona parte dei terreni agricoli, che verranno attraversati dal «muro di separazione». Per questo il trentesimo anniversario delle manifestazioni contro la requisizione di terre a Sakhnin, Arrabe e altre città della Galilea – in cui nel 1976 sei giovani arabi israeliani (palestinesi con cittadinanza israeliana) vennero uccisi dal fuoco della polizia di frontiera – ha assunto un significato particolare per chi deve fare i conti con una barriera di cemento armato e recizioni che divorano ettari su ettari, precedute da ruspe che sradicano alberi e spianano terreni. È bella la campagna di Beit Sira, i bambini fino a qualche tempo fa la attraversavano tutta di corsa, passando per gli oliveti, spingendosi alle pendici dell’altura dove sorgono le villette dai tetti rossi di Maccabim, una delle «stelle», le città-colonie per immigrati che Ariel Sharon fece costruire o espandere sulla Linea verde tra Israele e Cisgiordania una quindicina di anni fa. Non potranno farlo più. «Fa male vedere gli abitanti di Maccabim rimanere in silenzio mentre i soldati ci portano via la terra. Speravamo in un loro aiuto, perché ci conoscono, siamo i loro vicini e tanti nostri manovali hanno costruito o riparato le loro case», si lamenta Abu Bilal, 52 anni, uno dei proprietari delle terre confiscate. «No all’occupazione, sì alla liberazione», scandiva ieri Amal Kreisheh, storica femminista palestinese, invitando le centinaia di abitanti del villaggio, di giovani israeliani di Anarchici contro il muro e di volontari internazionali a manifestare pacificamente, ma con fermezza. Non è andata così. Gli agenti della polizia di frontiera hanno caricato subito, al primo accenno di pressione da parte dei manifestanti decisi a proseguire verso le terre requisite. Granate assordanti, lacrimogeni, proiettili di gomma e inseguimenti di giovani palestinesi negli oliveti, hanno dominato la campagna di Beit Sira per quasi due ore. Alla fine una quindicina di palestinesi sono rimasti feriti o contusi. Due poliziotti sono stati feriti da sassi lanciati dai dimostranti. Poi la protesta si è placata, ma riprenderà già oggi al termine della preghiera islamica di mezzogiorno. È difficile continuare a lottare quando il mondo ti ignora. Lo sottolineava ieri Atef, militante a tempo pieno della lotta al muro che trascorre le sue giornate ad organizzare incontri e a mobilitare le popolazioni rurali contro la barriera, nella zona tra Budrus, Bilin e Beit Sira. Difficile dargli torto. Il diritto internazionale ormai è un pezzo di carta in questo angolo di mondo, come evidenziano le dichiarazioni fatte ieri dal Segretario di stato Condoleeza Rice. Gli Stati uniti, ha detto durante la sua visita a Berlino, potrebbero accettare una decisione unilaterale di Israele relativa alle sue frontiere con la Cisgiordania e quindi dare appoggio al progetto di Ehud Olmert e del partito Kadima vincitori delle elezioni israeliane di martedì. «Naturalmente, tutti vorrebbero una soluzione negoziata e questo è l’obiettivo della Road Map. Tuttavia per negoziare ci vogliono dei partner e il governo palestinese appena insediatosi non accetta il principio di una soluzione negoziata». Il pretesto è l’insediamento del governo di Hamas avvenuto due giorni fa, mentre Israele e gli Stati uniti in realtà boicottano i palestinesi dal 2001, sia con Yasser Arafat al potere che con il suo successore Abu Mazen. Senza dimenticare che George Bush proprio due anni fa, nel Giardino delle Rose, diede la sua benedizione al piano unilaterale concepito da Ariel Sharon proprio per mettere in soffitta la Road Map (come qualche mese dopo rivelò alla stampa Dov Weissglas, stretto collaboratore del premier israeliano). Israele e Stati Uniti ieri hanno anche raggiunto un accordo sulla linea da tenere nei confronti del governo di Hamas, durante un incontro a Gerusalemme del ministro degli esteri Tzipi Livni con l’inviato americano in Medio Oriente David Welch e il rappresentante del Dipartimento di stato Eliott Abramas. «Si è convenuto di continuare la distinzione tra il mantenimento dell’illegittimità di un’Autorità palestinese guidata da Hamas e la necessità di promuovere questioni umanitarie per il bene della popolazione palestinese », ha precisato il ministro Livni. Allora perché Israele blocca i fondi palestinesi che servono a pagare gli stipendi ai 140 mila dipendenti dell’Anp? L’Europa balbetta e il Quartetto minaccia: l’entrata in carica del governo di Hamas, si legge in un comunicato, avrà «inevitabilmente un effetto sull’assistenza diretta al governo e ai suoi ministri».